Meloni da Vespa. Rilegge Mattarella a modo suo, bacchetta l'Istat e mette la fiducia sul tavolo

Ospite di "Cinque minuti" su Rai 1, la premier difende il tetto agli alunni stranieri citando le circolari del Quirinale, si lamenta delle stime sulla crescita, liquida le proteste delle Regioni sul bollo e lega la legge elettorale alla tenuta del governo

23 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:48
A condurre l'intervista più attesa della settimana c'era un Bruno Vespa malconcio. Il giornalista si è presentato con il volto segnato, un occhio gonfio e il braccio fasciato, spiegando di essere caduto la mattina stessa e di essere stato operato al Gemelli. Per questo ha condotto la puntata seduto in poltrona. La premier ha detto di aver proposto di rinviare l'appuntamento, ma Vespa ha scelto di andare avanti. Nei suoi Cinque minuti su Rai 1, seguiti in seconda serata da Porta a Porta, Giorgia Meloni ha parlato di scuola, di conti pubblici, di bollo auto e di legge elettorale. Ha usato lo stesso metodo su tutti i temi. Per ogni obiezione ha trovato una contro-lettura: delle parole del capo dello stato, dei numeri dell'Istat, delle proteste dei governatori. 

Il ghetto secondo Palazzo Chigi

Il passaggio più delicato riguardava il Quirinale. Il giorno prima, ad Amatrice, Mattarella aveva inaugurato l'anno scolastico ricordando che la scuola è aperta a tutti, come vuole l'articolo 34 della Costituzione, e chiedendole di evitare ghetti e di non alzare barriere. Quasi tutti hanno letto quelle parole come un altolà al provvedimento che arriva in Consiglio dei ministri giovedì 24 settembre. Il testo dovrebbe rendere vincolante la soglia del 30 per cento e comprende il divieto di burqa e niqab negli istituti.
Meloni ha rovesciato l'interpretazione. Ha detto di non leggere il discorso del presidente come una contestazione dell'iniziativa del governo. Secondo lei il ghetto nasce quando un bambino straniero che non parla italiano viene messo in una classe dove la maggioranza non parla italiano. In quel caso, ha scandito, “questo è il ghetto”. Distribuire meglio gli alunni servirebbe quindi proprio a evitarlo. Ha precisato che il tetto riguarda gli stranieri che non parlano la nostra lingua. Poi ha rilanciato con un precedente scomodo per il Colle: Mattarella, da ministro dell'Istruzione, “redigeva circolari che più o meno invitavano a non concentrare i ragazzi stranieri” nella stessa classe
Il precedente esiste, ma non coincide del tutto con la misura del governo. La circolare 205 del 1990 suggeriva di raggruppare, dove possibile, alunni dello stesso gruppo linguistico fino a un massimo di cinque per classe. Era un testo di indirizzo, non una legge. Invece un tetto del 30 per cento esisteva già nella circolare firmata da Mariastella Gelmini, spesso disapplicata. Il nodo pratico resta. Secondo alcune stime, per portare tutte le classi sotto la soglia bisognerebbe spostare quasi 130 mila alunni. Le opposizioni hanno reagito subito. Elly Schlein ha accusato la premier di tirare il presidente per la giacca, parlando di mancanza di senso dello Stato. Il capogruppo M5s al Senato Luca Pirondini l'ha accusata di manipolare le parole del Quirinale. 

Il rimprovero all'Istat

Sui conti, Meloni si è detta dispiaciuta ma non ha fatto autocritica. Il giorno stesso l'Istat aveva certificato un deficit 2025 al 3,079 per cento del pil, arrotondato a 3,1. Si è così chiusa la speranza di scendere sotto il 3 e di uscire in anticipo dalla procedura per deficit eccessivo. La premier ha rivendicato di aver ridotto il disavanzo dall'8,1 al 3,08, paragonandosi a chi ha fatto trenta e ha mancato di poco il trentuno. Il bersaglio vero, però, era l'istituto di statistica. Meloni ha osservato che l'Istat, nello stesso giorno, ha rivisto al rialzo la crescita del 2024, come accade ogni anno. Si è chiesta se a essere sottostimati siano gli italiani o il governo, e ha auspicato che non succeda di nuovo fra tre anni. Ha rivolto lo stesso rimprovero alla Commissione europea, che prevedeva per l'Italia una crescita dello 0,5. 
La revisione c'è stata ed è consistente: per il 2024 la crescita passa dallo 0,8 all'1,1 per cento. Ma le revisioni al rialzo, con dati più completi, sono fisiologiche e non una prova di ostilità dell'istituto. Nello stesso comunicato c'era anche un dato meno comodo: la pressione fiscale 2025 è salita al 42,9 per cento, sette decimi in più dell'anno precedente. Su questo la premier ha dato la sua spiegazione a Porta a Porta: la pressione fiscale sale perché più persone lavorano e pagano le tasse, non perché le tasse siano aumentate. Meloni ha anche ammesso che il problema è un altro. L'Italia non cresce come dovrebbe per ragioni strutturali: bassa produttività, investimenti insufficienti in innovazione e capitale umano, costo dell'energia. Per calmierare le bollette sono stati spesi 60 miliardi in quattro anni. 

Bollo, sanità e governatori

Il terzo fronte è quello con le Regioni. Il 16 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato l'esenzione dal bollo per il 2027 sui veicoli fino a 80 kiloWatt. Il 21 sono entrate in vigore le nuove tariffe del servizio sanitario, con alcuni ticket in aumento. Tra le due misure non c'è alcun legame tecnico, ma messe una accanto all'altra hanno alimentato la polemica. Il presidente toscano Eugenio Giani ha parlato di una misura elettorale fatta con le tasse delle Regioni, proprio mentre queste chiedono più fondi per la sanità. 
La premier ha respinto l'accusa. Ha spiegato che la misura costa 2,4 miliardi e che non la pagano le Regioni, perché lo stato le rimborsa. Ha definito strumentali le critiche dei governatori di opposizione e ha negato che verrà tagliato qualcosa alla sanità regionale. Poi ha lanciato una provocazione: i presidenti di sinistra possono non aderire, rinunciare ai contributi e continuare a far pagare il bollo. Ha anche colto l'occasione per colpire il M5s sui miliardi di bonus edilizi ancora da pagare. Resta però da chiarire come verrà finanziata la compensazione. Il fondo da circa 2,3 miliardi è alimentato con risorse del Pnrr non utilizzate. E la misura dura dodici mesi. Giorgetti ha già detto che diventerà inevitabilmente strutturale. Dal 2028, quindi, la copertura andrà trovata ogni anno. 

La fiducia come ultimatum

L'ultimo passaggio, sulla legge elettorale, è anche il più politico. Il Senato ha approvato la riforma il 15 settembre con 113 sì e 71 no. Il testo torna alla Camera, dove è calendarizzato il 28 settembre. Il governo vuole evitare quello che è successo a luglio, quando il voto segreto ha fatto emergere i franchi tiratori. Meloni ha usato proprio quel precedente. Ha ricordato che, quando alla Camera cadde l'emendamento sulle preferenze, molti dissero che il governo aveva perso la fiducia del Parlamento. Ora le preferenze sono nel testo, e quando la legge torna a Montecitorio, ha detto, serve chiarezza. “Se non c'è la fiducia del governo penso che ne dovremo prendere atto”. 
Non è una minaccia esplicita di crisi, ma la sostanza è chiara. La fiducia serve a blindare il testo, anche se non lo mette al riparo dal voto finale. Il messaggio è rivolto soprattutto alla maggioranza. Il malcontento attraversa i gruppi, e pesa la Lega, divisa al suo interno e mai convinta di rinunciare ai collegi uninominali. Chi affossa la riforma, in pratica, si assume la responsabilità del fallimento del governo. Meloni ha scherzato sulle voci di voto in primavera, dicendo che chi le diffonde non vede l'ora di liberarsi di lei. Ha aggiunto che nessuna legge elettorale si può cucire addosso: se gli elettori non ti vogliono, non c'è sistema che tenga.
La tattica è la stessa su tutti i temi. Le parole di Mattarella diventano una conferma, la revisione dell'Istat una sottostima, il bollo una partita tutta a carico dello Stato, il voto segreto sulla legge elettorale un voto sul governo. Funziona in tv, dove cinque minuti bastano per riformulare le domande. Domani in Consiglio dei ministri e dal 28 settembre alla Camera, però, i numeri saranno meno interpretabili.