Le “manine” di Istat e partecipate. Meloni striglia chi “sottostima”. Caos bilanci e frecciata a Mattarella

Per il Mef “il momento era delicato ma non tutti lo hanno capito”. La parabola di un paese che si occupa dei centimetri delle gonne e che resta sotto infrazione per un decimale

23 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:56
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Foto ANSA

Sono tornate le “manine”. Non c’era calcolo, e in ogni senso. Partecipate di stato che aggiungono investimenti per settecento milioni di euro senza avvisare il Mef, partenariati pubblici che impegnano oltre un miliardo extra di euro, senza capire che si stava giocando la finale, e poi le truffe del Superbonus… Cosa non ha funzionato? Al governo hanno tirato la cinghia, ma qualcuno ha sbagliato le somme. Sentite come Claudio Durigon, il sovrano della Lega, definisce questo 3.079 per cento di Deficit/pil, che fa restare l’Italia, ancora, in procedura d’infrazione: “E’ un errore tecnico-burocratico mostruoso. E’ come aver giocato bene per novanta minuti, aggredito sulle fasce e preso palo, traversa, per poi perdere al novantesimo minuto. E’ come se la nazionale italiana venisse battuta da una squadra di serie C belga”. E adesso? “Si risolve solo politicamente, perché non possiamo fare una finanziaria risicata”. Farete lo scostamento di bilancio? “Faremo quello che va fatto, tutto”. Attenti che questo numero può portare alle elezioni a marzo. Dice il ministro Zangrillo, di Forza Italia, uno che ama le donne che si vestono come gli pare: “Andare al voto prima? Questo lo dite voi, ma lo penso anche io”. Ministro, azionerete la Nec, la clausola sull’energia? “Non la possiamo prendere”. Lo aveva confidato Meloni nei giorni scorsi: “Rischio di consegnare un paese con i conti in ordine e non raccogliere il lavoro di questi anni”. La beffa? Aver chiesto all’Europa la Nec, la clausola di salvaguardia sull’energia, la maggiore flessibilità di bilancio (pari a 14 miliardi), aver ricevuto il sì dall’Europa, ma non poterla attivare per non aggiungere altro deficit. Tranne che…, tranne che l’Europa, ed è l’intenzione di Meloni, non scomputi la Nec dal deficit prima dell’uscita dalla procedura di infrazione. Tranne che l’Italia, come chiede Salvini, faccia uno scostamento di bilancio di miliardi, “perché a me non interessa lo zero virgola, solo come ministero a me servono otto miliardi cash”. La parabola: un paese che si occupa dei centimetri delle gonne e che resta sotto infrazione per un decimale.
Ci sono due grandi liste di proscrizione, quella dei tecnici che avrebbero sbagliato e quella dei sabotatori, i nemici del popolo. In verità, e questa è quella che fa perdere la testa a Meloni, ce ne sarebbe una terza. La prima: include i tecnici del Mef, quelli che Rocco Casalino ebbe a definire a futura memoria come i soliti “pezzi di m…”. La seconda: ne fanno parte i matematici di questo ente indipendente, l’Istat, che come tale, non deve rispondere a ministri, ma sempre definita, da questo governo, di “area grillina”. E’ un ente, e lo dicono sempre al governo, che “con questa fiscalità non ci avrebbe fatto entrare nell’euro”. C’è chi, sempre in maggioranza, paragona i tecnici dell’Istat alle toghe di Magistratura democratica, la calcolatrice ideologica. La terza: gli amici di Giuseppe Conte, quelli che per Meloni hanno bucato il bilancio con il Superbonus (“la più grande truffa del secolo”, cit.). Dice Giorgetti nel comunicato ufficiale che “prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto Deficit/pil”. Non faremo mai il nome, ma una figura importante del governo, leggendo questo commento, ha dichiarato: “Giorgetti si rammarica, noi bestemmiamo”. Quattro anni di governo ripetendo, con merito, la bellezza dei conti in ordine; quattro anni di finanziarie misurate, ma dopo il bollo, alle elezioni, si offrono i conti in ordine? C’è poi questo gruzzolo di 600 milioni di euro, già incassato dall’Agenzia delle entrate che riguarda le truffe del Superbonus non calcolato dall’Istat. E’ un gruzzolo che fa infuriare alla Camera, Francesco Filini, l’erede di Fazzolari, che definisce queste regole “l’apoteosi del tecnicismo teutonico” e il Superbonus “l’handicap con cui giochiamo da anni”. Tutto vero, ma come si è arrivati a quello che Durigon definisce “un errore tecnico-burocratico mostruoso”? Al Mef vi rispondono che “il momento era delicato ma non tutti lo hanno capito”, e che non si può avere il controllo di tutte le voci. Nel dettaglio; 1,3 miliardi sono spese di partenariati pubblici privati, bilanci che, sempre al Mef, spiegano non si possono monitorare fino alla fine. Le regole non lo prevedono. Diverso è per le partecipate che hanno chiuso i bilanci andando ben oltre le previsioni di marzo, quelle contenute nel Dfp. Altri settecento milioni di euro vengono da due partecipate, che sono enti autonomi, ma che fanno pur sempre capo al Mef. Si tratta di Anas e Ferrovie, che hanno investito senza comunicare. L’altro paradosso sarebbe, come promesso, usare il Safe, il fondo agevolato che mette a disposizione l’Europa, per potenziare la difesa, e non farlo per l’energia. Dice ancora Durigon: “Chi ha sbagliato ormai non importa. Importa mettere in tasca denaro. Lo ripeto, si risolve politicamente, con lo scostamento”. Se l’Italia dovesse prendere questa decisione l’Europa acconsentirebbe? Anche Meloni, con Bruno Vespa, malconcio, usa la parola “rammarico”, per la mancata uscita dalla procedura d’infrazione”, ma è nell’altra frase che c’è la sua verità: “Ogni anno l’Istat rivede al rialzo le stime di crescita, forse sono prudenti. Non so se Istat sottostimi gli italiani o il governo”. E’ quel pensiero che sviluppa la nota interna, la mappa di FdI. E’ la critica all’Istat che “molto spesso è solita rivedere le stime sul Pil fatte in precedenza, come del resto ha fatto con la nota di oggi rivedendo al rialzo il Pil del 2025”, la stessa Istat, recita la mappa che “con ogni probabilità anche stavolta scopriremo a posteriori che l’Italia aveva già raggiunto il tre per cento, i requisiti per uscire dalla procedura di disavanzo”. La Germania ha un deficit previsto del 3,7 %, la Francia del 5,1 %. Non è una catastrofe anzi, era solo un’uscita in anticipo, e come dice l’ex ministro Giovanni Tria: “Non uscire dalla procedura d’infrazione è forse d’aiuto a Giorgetti per continuare il consolidamento dei conti senza cedere spazio per le spese elettorali”. Si sta tornando dritti ai suoi anni, agli anni di Tria, quelli del governo gialloverde. Vannacci al posto di Grillo, Meloni che chiede a Vannacci di chiarire su Mosca, “vergognoso”, e Mattarella strattonato (ricorda Meloni che anche Mattarella da ministro dell'Istruzione redigeva circolari che invitavano a non concentrare ragazzi stranieri nella stessa classe). La “manina” dell’Istat non è altro che la nostra madeleine.