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I limiti numerici del tetto agli alunni stranieri nelle scuole
Con una soglia al 30 per cento, secondo i dati del ministero, bisognerebbe spostare teoricamente 129 mila bambini. Ma il problema non è solo quanti: è quali, dove e a spese di chi

Giorgia Meloni ha annunciato un tetto al numero di alunni stranieri nelle classi, perché gli italiani non diventino una minoranza. Ma prima di legiferare sarebbe utile considerare qualche numero.
Cominciamo dalla definizione di “straniero”. Il ministero dell’Istruzione e del Merito considera tali gli alunni con cittadinanza non italiana. La categoria comprende sia il bambino appena arrivato, sia quello nato e scolarizzato in Italia. Il passaporto distingue le cittadinanze, assai meno i bisogni educativi.
Seconda questione: quale dovrebbe essere il tetto? Se si vuole impedire che gli italiani diventino minoranza, la soglia coerente è il 50 per cento. Un limite del 30 o del 20 per cento persegue un obiettivo più restrittivo: garantire che siano una larghissima maggioranza.
Per valutare le conseguenze ho utilizzato i dati ministeriali 2024-2025 sulle primarie e medie statali: 21.558 plessi, 3,67 milioni di alunni, dei quali circa 520 mila stranieri. Sono coperte diciotto regioni; mancano Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. I dati distinguono gli anni di corso dentro ciascun plesso, ma non le singole sezioni.
Con un tetto del 20 per cento, gli alunni stranieri eccedenti sarebbero circa 135 mila. Con il 30 per cento sarebbero oltre 64 mila; con il 50 per cento oltre 12 mila. Le eccedenze sono calcolate per ciascun plesso e anno di corso e poi sommate: anche la soglia meno restrittiva avrebbe dunque conseguenze tutt’altro che trascurabili.
Che cosa significa “riallocare”? Immaginiamo una scuola con cento alunni, trenta dei quali stranieri. Con un tetto del 20 per cento, dividere gli stessi bambini in più sezioni non risolve nulla: trenta su cento rimangono trenta su cento. L’aritmetica, diversamente dai decreti, è difficilmente aggirabile.
Se i dieci alunni stranieri trasferiti fossero sostituiti da dieci italiani, la quota scenderebbe al 20 per cento. Senza sostituzioni, trasferirne dieci non basterebbe: resterebbero venti stranieri su novanta alunni, il 22,2 per cento. Bisognerebbe trasferirne almeno tredici.
I conteggi qui presentati assumono lo scambio uno a uno, a iscritti invariati e senza deroghe. I bambini complessivamente coinvolti sarebbero dunque circa 270 mila con il tetto del 20 per cento, 129 mila con il 30 e 25 mila con il 50. Si tratta comunque di un calcolo teorico, non di un piano di trasferimenti: per sapere se sia realizzabile occorrerebbe individuare le scuole riceventi, verificarne i posti disponibili per ciascun anno di corso e calcolare le distanze che gli alunni dovrebbero percorrere.
Prendiamo il comune di Milano. Nei 217 plessi considerati, gli alunni stranieri sono 20.537 su 68.650, quasi il 30 per cento. Il dettaglio per plesso e anno di corso restituisce questo quadro.
Per capire concretamente cosa comporterebbe, prendiamo le due primarie statali milanesi agli estremi dei dati comunali 2024-2025: la Setti Carraro dalla Chiesa di via Passione, quartiere Guastalla, ha la percentuale più bassa di alunni con cittadinanza non italiana, 5 su 231 (2,2 per cento); la Giuseppe Lombardo Radice di via Paravia, quartiere San Siro, la più alta, 84 su 103 (81,6 per cento). Facendo per semplicità il conto sull’intero plesso, per portare la Lombardo Radice al 20 per cento bisognerebbe trasferire 64 bambini stranieri e sostituirli con altrettanti italiani. Ma la Setti Carraro potrebbe accoglierne al massimo 41 prima di raggiungere a sua volta il tetto: in cambio, 41 bambini italiani dovrebbero andare da Guastalla a San Siro. E non basterebbe, perché alla Lombardo Radice resterebbero ancora 43 alunni stranieri su 103. Servirebbero quindi altre scuole e altri trasferimenti incrociati.
Con il tetto del 20 per cento, a Milano non basterebbero nemmeno gli scambi interni alla città: la quota complessiva resterebbe quasi il 30 per cento. A iscritti invariati occorrerebbe coinvolgere scuole fuori comune. E nelle sole primarie la media supera leggermente anche il 30 per cento. Prima di promettere un tetto bisognerebbe dunque spiegare chi debba attraversare quali quartieri, e magari quali confini comunali.
Quali famiglie dovrebbero rinunciare all’istituto più vicino? Si procederebbe per sorteggio, reddito, data d’iscrizione o passaporto? A Boston, dal 1966, il programma volontario del Metropolitan Council for Educational Opportunity permette agli studenti della città di frequentare scuole pubbliche dei comuni circostanti, con risorse anche per il trasporto. Il governo vuole finanziare un progetto di questo tipo, oppure imporre trasferimenti?
Quanto costerebbe? I dati non dicono quante nuove classi servano. Se ci fosse capienza nelle scuole riceventi, potrebbero non servirne, ma resterebbero i trasporti. Se invece un quarto delle eccedenze richiedesse nuova capacità, con 22 alunni per classe, 1,8 docenti equivalenti a tempo pieno, 50 mila euro annui per docente e una maggiorazione del 20 per cento per personale non docente e gestione, il conto sarebbe di circa 166 milioni l’anno con il tetto del 20 per cento, 79 milioni con il 30 e 15 milioni con il 50. È uno scenario, non un preventivo: esclude trasporti, mense e nuove aule e non verifica dove le classi possano essere aperte.
La redistribuzione potrebbe inoltre produrre effetti perversi. Le famiglie italiane più abbienti potrebbero scegliere scuole private, accentuando la segregazione di quelle pubbliche. Gli istituti potrebbero scoraggiare le iscrizioni più “problematiche” per non superare il tetto. I bambini stranieri potrebbero percorrere distanze maggiori dei loro compagni italiani.
I numeri suggeriscono dunque che neppure il tetto del 50 per cento sarebbe privo di conseguenze. Abbassarlo al 20 moltiplicherebbe gli spostamenti teorici per più di dieci. Il problema principale non è quante classi creare, ma quali bambini trasferire, dove e a spese di chi.
Se l’obiettivo fosse davvero affrontare le difficoltà linguistiche, un criterio più appropriato non sarebbe la cittadinanza, ma il recente ingresso nel sistema scolastico italiano. Un tetto riferito ai soli nuovi arrivati riguarderebbe una platea molto più piccola e concentrata. Ma non tutti i nuovi arrivati ignorano l’italiano e non tutti gli alunni arrivati da più tempo lo padroneggiano. Il criterio migliore sarebbe dunque la necessità documentata di sostegno linguistico, non la cittadinanza e neppure, da sola, la data di arrivo. I dati pubblici ministeriali, però, non permettono di calcolarne gli effetti scuola per scuola: registrano la cittadinanza, non la data di arrivo in Italia né la conoscenza dell’italiano.
Resta il dubbio che la proposta di Meloni abbia a che fare con la concorrenza a destra di Roberto Vannacci, con la sua “remigrazione” e con le classi differenziate. Il sospetto è che il governo non tema tanto che i bambini italiani si trovino in minoranza rispetto a quelli stranieri, quanto che gli elettori di Fratelli d’Italia diventino meno numerosi di quelli di Vannacci.
Paolo Manasse, Università di Bologna