Politica
"Mettiamoci una donna" •
Crisi di governo, cherchez la femme
Cartabia eternamente ricorrente nel totonomi per Palazzo Chigi, ma forse mai davvero in corsa. Bonetti e Bellanova "fatte dimettere". Polverini e Rossi demonizzate come Maleficent. Sandra Lonardo sempre descritta come "moglie di Mastella". I tic dell'apparentemente ossequioso lessico politico in "rosa"

LaPresse
Mettiamoci una donna. Perché non una donna. Proviamo con una donna. La donna che passa alle maggioranza (tacciata di alto tradimento). La donna che resta all'opposizione (guardata con sospetto). Le donne ministro “fatte dimettere”. La senatrice “prestata” alla maggioranza. La moglie di (Sandra Lonardo in Mastella), il marito nell'ombra. Nel bel mezzo della crisi, l'elemento femminile ha assunto centralità, ma sembra quasi che la centralità sia sempre in qualche modo accessoria, laterale, come se la donna fosse al centro dei ragionamenti, sì, ma sempre come donna dello schermo, simbolo di altro (in particolare: un altro nome – maschile– o un altro piano, sempre maschile).
Questione di lessico? Di riflesso condizionato? Natalia Aspesi, su Repubblica, parlando di Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale più volte comparsa (come ora) nel totonomi per la presidenza del Consiglio, si sofferma sul lato ambiguo del “mettiamoci una donna”: “…non si sa dove sbattere la testa per risolvere l'irrisolvibile e allora come sempre si ricorre a mamma che tutto sistema, cioè a una donna, il più delle volte, ma non sempre, capace se non molto più capace”. Ed è come se in questi giorni la figura di Marta Cartabia, elevata nei titoli e nelle biografie come “figura istituzionale”, venisse al tempo stesso depotenziata dalla considerazione retroscenistica: è davvero in corsa o viene nominata per non dover scoprire altre opzioni (sempre maschili)? E se la crisi ha avuto inizio dalle dimissioni delle ministre renziane Elena Bonetti e Teresa Bellanova, descritte però sempre come coloro che Matteo Renzi “ha fatto dimettere”, la crisi è proseguita con i due psicodrammi sorti attorno ai nomi dell'ex governatrice del Lazio Renata Polverini, passata da Forza Italia al gruppo Misto, con contorno di illazioni sul suo “soccorso nero” e processi sommari sul web tipo “caccia alle streghe”, e di Maria Rosaria Rossi, senatrice ed ex fedelissima di Silvio Berlusconi, passata da Forza Italia ai responsabili “Europeisti” e descritta come una sorta di “Maleficent” (anche nel suo caso, per giorni si è elucubrato sui perché).
Per non dire della senatrice pd Tatjana Rojc, che esce “temporaneamente” dal Pd per passare con i responsabili “Europeisti” (senza di lei non si era in dieci), il tutto con il consenso del segretario pd Nicola Zingaretti. Il “prestito”, è stato chiamato. E insomma, che sia lessico o riflesso condizionato, pregiudizio o tic, nel bel mezzo della crisi in cui, come si è detto, l'elemento femminile è narrato come centrale, l'alta considerazione per una donna rischia di tramutarsi nel suo contrario (e meno male che i Mastella, due che non si fanno intimidire dalle definizioni tipo “moglie di”, si sono poi presentati come un sol uomo, nel senso dell'unica voce, al telefono con il Corriere della Sera, per smascherare “il pacco” che gli Europeisti stavano preparando a Sandra Lonardo, dice Sandra Lonardo, con il favore della fretta).
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Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.




