L'Italia che cambia dopo il No al referendum

 La politica ora deve interrogarsi sui rischi del meccanismo che ha innescato: il consenso popolare verso un ordine burocratico titolare di un potere immenso e sostanzialmente irresponsabile

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30 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 12:36 PM
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Festeggiamenti a Napoli per la vittoria del No

La domanda alla quale tutti noi, vincitori e vinti, siamo seriamente chiamati a rispondere, all’indomani dello tsunami referendario, è quale paese ci abbia davvero restituito la vittoria del No; cosa il paese eredita da questa vittoria ottenuta in nome della difesa della Costituzione, che la riforma avrebbe aggredito e vilipeso. La prima e più vistosa eredità è una Associazione nazionale magistrati più forte, esplicitamente convinta di avere acquisito una sorta di mandato popolare, come chiaramente leggiamo nei vari documenti licenziati all’indomani del successo. Anm ritiene di leggere nel risultato delle urne la legittimazione del proprio ruolo politico di player centrale nella necessaria riforma della giustizia. Il popolo italiano avrebbe detto, in sostanza, che di separazione delle carriere, controllo delle correnti sull’organo costituzionale di governo autonomo della magistratura, responsabilità almeno disciplinare delle toghe, ingiuste detenzioni ed errori giudiziari, giusto processo, alla “ggente” non importa nulla. Anche questa storia di Palamara ha stufato, basta con questa lagna: fu una parentesi infausta, frutto della scelta infelice di affidarsi a un presidente maneggione. Sì, qui e là fu commesso qualche errore, le durissime parole – di allora – del presidente della Repubblica ci hanno contrito, ne abbiamo tratto insegnamento, ora è tutto risolto, il peggio è alle spalle, lo dice anche il vicepresidente Pinelli che per di più è in quota Lega, e dunque il paese parli e si occupi di altro. E di cosa, quindi? Beh, intanto – leggiamo – si metta mano alla Cartabia. Cioè, se male non ho capito, alla troppo rigida separazione delle funzioni. Il voto popolare, a quanto pare di capire, avrebbe chiesto in modo pressante anche questo: non c’è motivo di impedire che un pm possa fare a proprio piacimento il giudice, e viceversa; anzi, è molto meglio così. Quanto al processo penale, concentriamoci sull’efficienza, sono questi i veri problemi della giustizia che interessano alla “ggente”. Il che significa, certamente, più mezzi e personale nelle cancellerie; ma soprattutto, riduzione drastica della durata dei processi. A tal proposito, il pur non amato procuratore Gratteri ha tante idee. Ma non solo lui, sia ben chiaro, perché il pensiero di Anm su questo tema è arcinoto da anni. Per dire, questo abuso delle impugnazioni è un bubbone da incidere. Ridurre i casi e ridefinire i modi degli appelli e dei ricorsi per Cassazione, queste sono le cose serie da fare; e poi si sa, gli eccessi di garanzie difensive nel processo fanno i loro danni.

L’anomala delega politica conferita all’ordine giudiziario

E la politica adesso che dice? Senza dimenticare che il No ha vinto, ma qualcosa di molto vicino alla metà del paese voleva e vuole quella riforma
Puntiamo tutto sulla cultura della giurisdizione del pubblico ministero, ne abbiamo parlato tanto e di sicuro ora la “ggente” ha capito e approvato. Le indagini preliminari non sono mica svolte da un poliziotto incattivito, quale la riforma avrebbe pericolosamente ridotto – finalmente si è compreso! – il pubblico ministero con il suo esclusivo Csm, ma per fortuna da un magistrato inquirente illuminato dalla cultura della prova, grazie proprio alla stretta convivenza nella comune carriera con la magistratura giudicante (e mai l’inverso, ben s’intende: non è una contaminazione biunivoca, non saprei dire perché ma state sereni). Quindi, tutta questa diffidenza verso gli elementi di prova raccolti dal pm nel corso delle indagini appare francamente ingiustificata. Questa farraginosa pretesa di rinnovarli tediosamente davanti al giudice del dibattimento andrebbe ragionevolmente ripensata, almeno i rapporti di polizia giudiziaria acquisiamoli direttamente nel fascicolo del dibattimento, così guadagniamo tempo ed efficienza.
Io non mi stupisco affatto che Anm esulti, e intraveda ora come aperte le strade verso la realizzazione di idee a lungo e insistentemente proposte in questi anni in tema di processo penale e ordinamento giudiziario. Chi vince ha diritto di esultare e di rilanciare sulle proprie idee; edin tutta franchezza questo scandalizzarsi su alcuni deragliamenti (Bella Ciao, togliamoci i sassolini dalle scarpe, chi non salta è questo o quello) mi sembra – lo dico senza ombra di sarcasmo – anche esagerato. La campagna referendaria è stata dura ed emotivamente coinvolgente, e in tutte le famiglie c’è sempre quello che non sa comportarsi con buona educazione, suvvia. Molto più serio e preoccupante è, piuttosto, il tema del credito che la politica intenderà dare a questa pretesa di ruolo politico primario che proviene dall’ordine giudiziario, a questa invocazione di una vera e propria investitura popolare avanzata da un corpo burocratico che per sua natura è sottratto a ogni forma di controllo democratico. Il rapporto del tutto anomalo che in questo paese corre tra magistratura e consenso popolare ha radici lontane; dunque, non può sorprendere che venga invocato proprio oggi, all’indomani di una vittoria politica voluta e ottenuta con riconosciuta e delegata leadership da parte della politica. È quest’ultima, per aver voluto conferire questa anomala delega, a creare allarme. È chi si è assunto questa rovinosa responsabilità che dovrebbe fermarsi a riflettere, a interrogarsi sulle ricadute istituzionali e costituzionali di questa delega. Questo oggi è il grande tema che la contesa referendaria ha lasciato sul tavolo, ed è un tema enorme, che interroga la politica sulla propria idea di equilibrio tra i poteri, di autonomia e indipendenza dei poteri legislativo ed esecutivo rispetto all’ordine giudiziario. E che la interroga anche su quale Costituzione si abbia in testa quando se ne invoca la immutabilità contro la sacrilega pretesa di innovarla. La storia delle modifiche della Costituzione, avvenute senza questo stracciarsi le vesti intorno alle tombe dei nostri Padri costituenti, semmai ci consegna un inequivocabile insegnamento, che oggi suona sinistro ed allarmante: e cioè che in questo paese gli equilibri tra poteri dello Stato possono certamente modificarsi, altroché, ma solo se la modifica faccia pendere la bilancia verso il potere giudiziario.
Nel 1993, in pieno infuriare di Mani pulite, ed esattamente sull’onda – come si vorrebbe oggi – del “consenso popolare” verso l’azione incessante di una procura della Repubblica, fu manomesso (o il verbo, in questo caso, è sconveniente?) l’art. 68 della Costituzione, con la sostanziale eliminazione della immunità parlamentare. La magistratura doveva poter operare con efficacia e rapidità nell’incidere sul bubbone della politica corrotta ed infetta, e fu servita da un Parlamento inginocchiato e tremante. Qui i Padri costituenti pare non abbiano fatto un plissé nei loro loculi, nonostante le pagine lucidamente memorabili da essi scritte a sostegno e giustificazione di quella clausola di salvaguardia della “indipendenza e autonomia”, qui sì, del potere legislativo. E d’altronde, che dire altresì della riforma costituzionale che ha dimezzato il numero dei parlamentari, sempre sulla scia dell’opera salvifica dei buoni contro i cattivi? In questa campagna referendaria abbiamo assistito fino allo sfinimento allo stracciarsi le vesti perché il sorteggio dei membri del Csm avrebbe indebolito la magistratura, sottoponendola misteriosamente alla signoria bullizzante della formidabile seppur drasticamente minoritaria componente laica (tutta composta, come ben sappiamo, da una serie di irresistibili Calamandrei e Carnelutti); mentre invece il dimezzamento (dimezzamento!) del numero dei parlamentari, quello no, non è stato l’ennesimo indebolimento, l’ennesima umiliazione del potere legislativo. D’altronde, ormai l’abbiamo capito, la Costituzione che ci dicono abbia trionfato in questo voto referendario, quella che fa cantare a squarciagola l’inno partigiano che giustamente ci stringe il cuore, la Costituzione che “i ggiovani” si sarebbero precipitati a difendere, è questa: quella cioè nella quale i poteri esecutivo e legislativo altro non sono che la sentina del malaffare e della corruzione, che dunque vanno tenuti sotto il vigile controllo dei guardiani della morale pubblica (questo, non altro significa il famoso “controllo di legalità”, locuzione che implica una sinistra idea di “vigilanza preventiva” sull’operato di quella compagnia di potenziali farabutti). In questa lunga campagna referendaria, quali che fossero i miei interlocutori avversi, troneggiava nel loro argomentare questa idea che tutto ciò che fosse “laico” negli organi oggetto della riforma (i laici nei Csm, i laici nell’Alta corte di giustizia) fosse sinonimo di una soggettività contaminante, una appartenenza sospetta e deviante, una insidia per la purezza togata. Dunque, l’inversione del principio democratico: tutto ciò che esiste solo in ragione della suprema regola del voto popolare, va guardato con diffidenza, è sospetto, va controllato e marginalizzato; mentre è a un potere burocratico, non rinnovabile, non controllabile democraticamente, che va assegnato il ruolo di garante della legalità e della moralità delle istituzioni democratiche.
Se allora è questa la partita in gioco dopo lo tsunami referendario, sarebbe auspicabile che la politica si interrogasse severamente sulla pericolosità del meccanismo che essa stessa ha innescato: il consenso popolare verso un ordine burocratico titolare di un potere immenso e sostanzialmente irresponsabile. E qui sì, magari anche non dimenticando che il No ha vinto, certamente e senza equivoci, ma che i successi referendari precedenti segnavano distacchi di almeno 20 e fino a 30 punti. Qui, qualcosa di molto vicino alla metà del paese voleva e vuole quella riforma; voleva e vuole un processo più giusto, un giudice più forte e più autonomo, indipendente non solo dalla politica ma anche da condizionamenti correntizi e dalla spesso strabordante forza processuale e mediatica degli uffici di procura; voleva e vuole un giustizia in grado di vagliare, con piena libertà e con implacabile severità la fondatezza o almeno la plausibilità delle ipotesi accusatorie, degli arresti e dei sequestri preventivi, prima che si traducano nel tritacarne di vite, dignità e patrimoni, per poi vedersi beffardamente e inutilmente assolvere anni dopo; insomma vuole vedere in carne e ossa il giudice disegnato dall’art. 111 della Costituzione. Questo è il sogno di quasi metà del paese, consegnato a quelle urne. Se poi si sceglie invece il sogno – per esempio – di un Gramellini, con la sua eccitazione notturna nel vedere la presidente Meloni recarsi, sorridente e remissiva, dal procuratore Gratteri, che con sorriso paterno le detta le indicazioni di politica giudiziaria che finalmente renderanno il nostro un paese migliore, basta dirlo. Ecco cosa vorrei capire davvero, soprattutto per il futuro dei miei figli; sapere se per caso, nati noi tutti con fierezza dalle lotte partigiane, ci tocchi morire Gramellini.
Gian Domenico Caiazza, avvocato, già presidente dell’Unione delle camere penali