Il voto referendario e quell’avversione al cambiamento tutta italiana. Proposta per una svolta culturale

Gli italiani, più che votare sui contenuti della riforma o sulla loro maggiore o minore adesione alle azioni governative, hanno in realtà espresso la loro sostanziale ostilità all'innovazione e al rischio che solitamente lo accompagna

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7 APR 26
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Ballot papers on the first day of voting in the Italian constitutional referendum on judicial system reform, at a polling station in Naples, Italy, 22 March 2026. ANSA/CESARE ABBATE (voto seggio elettorale giustizia scheda)

E a questo punto è tutto un affannarsi di proposte. C’è chi pensa che si debba mettere rapidamente in campo un nuovo Jobs act. Chi, invece, ritiene che si debba dare una risposta urgente e concreta ai fenomeni di marginalità sociale. E poi non manca chi batte sul tasto dell’energia e dei costi relativi. Come se il recente voto referendario fosse stato un voto politico in senso stretto. Un voto sulla attività di governo, teso a sottolinearne le carenze o a valutarne positivamente o negativamente le iniziative.
Ho l’impressione che le cose stiano diversamente. Suggerirei, sommessamente, che si sia trattato di un voto, più che tecnico (sui contenuti della riforma) o politico, culturale. Ho l’impressione che gli italiani, più che la loro condivisione dei contenuti della riforma in discussione e più che la loro maggiore o minore adesione alle azioni governative, abbiano in realtà espresso la loro sostanziale avversione al cambiamento e al rischio che solitamente lo accompagna. Una avversione, sia chiaro, legittima purché – anche questo deve essere chiaro – se ne sappiano trarre tutte le non sempre piacevoli conseguenze. Una avversione di lunga data ma consolidatasi nei decenni successivi al “miracolo economico”. Una avversione frutto di una paziente e capillare operazione culturale, avviata fin dall’immediato Dopoguerra, passata per la negazione dei valori che avevano condotto alla Ricostruzione (a cui non casualmente si preferì contrapporre la Resistenza), consolidatasi poi nei decenni successivi e sopravvissuta all’ingresso nell’euro. In questo senso, il fatto che il Sì abbia prevalso nelle circoscrizioni estere dovrebbe far riflettere così come dovrebbe far riflettere il fatto che, in Italia, abbia prevalso solo nel più dinamico nord-est, così come, infine, dovrebbe far riflettere il voto negativo di non pochi elettori del centrodestra. Molto è stato detto sul voto giovanile, ma ancora dovrebbe far riflettere il fatto che si tratta, in buona misura, degli stessi giovani pronti a scendere in campo non appena si accenna ad ipotesi di riforma delle università. L’avversione al cambiamento è, infatti, un atteggiamento culturale trasversale che sfida l’età, la collocazione professionale, l’orientamento partitico. Che ha radici profonde nella parte del paese da oltre un secolo in ritardo di sviluppo. Di cui spesso ci si libera solo quando il cambiamento lo si vede da vicino. In questo senso, non ci si rende pienamente conto di quanto il risultato referendario sia una “camicia di Nesso” che va molto oltre lo specifico tema oggetto del referendum e i suoi specifici contenuti.
Da una prospettiva distaccata, il limite principale dell’azione del Governo in carica sembra essere tutto qui. Non aver compreso che il suo compito principale era di carattere culturale. Si trattava di sfidare – volendo – una cultura con radici molto profonde nella società italiana. Una sfida che, con tutto il rispetto, non poteva certo esaurirsi nelle mostre di Tolkien o del Futurismo ma che richiedeva un lavoro quotidiano e paziente sul modo di pensare e di essere degli italiani. Un lavoro che richiedeva un capitale umano adeguato e diffuso per poter essere intrapreso. Un lavoro che è stato certamente richiamato nel campo della politica estera (e valga per tutti il riferimento alla invasione dell’Ucraina) ma non altrettanto nel caso della politica interna. Un lavoro senza il quale, per fare un esempio, la disciplina e il rigore nella gestione della finanza pubblica diventano “austerità” e non necessaria creazione di spazio per l’iniziativa privata. Un lavoro che avrebbe reso naturale assumere prima del referendum provvedimenti che, assunti dopo, hanno avuto tutt’altro sapore (l’opportunità politica essendo cosa del tutto diversa dal garantismo). Un lavoro che, guardando in avanti, richiederebbe che più che preoccuparsi della governabilità ci si preoccupi della libertà: la libertà per gli elettori di scegliere oltre ai simboli anche le facce.
Pensare che questo o quel provvedimento possano fare in un anno quel che non è stato fatto nei precedenti quattro è molto probabilmente illusorio e risponde alla perenne tentazione delle nostre classi dirigenti: pensare che basti scrivere una norma per far sì che il mondo cambi con essa. Non è così e l’evidenza in questo senso abbonda. Si possono però riempire i mesi che ci separano dalla conclusione della legislatura con azioni che abbiano una chiara valenza culturale. Una, in particolare: la riduzione della pressione fiscale il cui livello attuale rappresenta l’elemento di maggiore continuità fra l’attuale maggioranza e tutte le precedenti (ben più di quanto, ad esempio, non accada nel caso della sicurezza). Attenzione: non parliamo qui del “sistema” fiscale rispetto al quale è in dirittura d’arrivo uno dei principali interventi legislativi di questa legislatura ma della “pressione” fiscale e cioè della quantità di risorse sottratte alla disponibilità del settore privato e destinate al finanziamento dell’operatore pubblico. Per quanto sia difficile e complesso, l’attuale maggioranza dovrebbe fare quanto possibile per convogliare tutte le risorse disponibili su un unico obbiettivo con elevato carattere simbolico. Non farlo significherebbe rinunciare, ancora una volta, a dar seguito alla sfida culturale che si è lanciata quattro anni fa e dunque predisporsi a perderla prima ancora di combatterla.