di Guido Vitiello
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Regressione giudiziaria come meccanismo di difesa
Se il pubblico ministero non è un accusatore, ma una “parte imparziale” che persegue insieme al giudice l’interesse collettivo e non ha motivo di puntare alla condanna, perché mai il difensore dovrebbe trattarlo come un antagonista?
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21 APR 26

Foto LaPresse
Sono anni di regressione giudiziaria – e lo intendo in senso freudiano: il ritorno a modalità di funzionamento tipiche di uno stadio più primitivo dello sviluppo. Traggo l’ispirazione per questa combinazione senza pretese di psicoanalisi e diritto dal titolo di un libro, L’inconscio inquisitorio, curato nel 2010 da Loredana Garlati. Mettiamola così: il nostro sistema accusatorio zoppo è paragonabile a una personalità non del tutto integrata, che non ha raggiunto la piena maturità psichica; e quando insorge un motivo d’angoscia, corre a ricreare le condizioni rassicuranti di uno stadio precedente. E’ un meccanismo di difesa che abbiamo visto all’opera in modo spettacolare con l’ultimo referendum – milioni di pretesi progressisti che correvano ad aggrapparsi al rottame inquisitorio delle carriere unite. E lo vediamo di nuovo, sul fronte dei promotori del referendum, con il grottesco emendamento al decreto sicurezza che prevede un compenso per gli avvocati d’ufficio soltanto se i loro assistiti presentano domanda di “rimpatrio volontario” e sono effettivamente rispediti nel loro paese. L’apparato inquisitorio, insegnava Franco Cordero, “usa i difensori come suoi agenti indiretti”. Sappiamo che nei processi inquisitoriali medievali gli avvocati – quando erano ammessi – erano nominati d’ufficio dallo stesso inquisitore con il compito di convincere l’imputato a confessare; un’eredità che si trasmise a certi codici autoritari moderni, nei quali il difensore era chiamato a collaborare al bene pubblico definito dallo Stato. I due meccanismi, come si vede, s’incastrano a meraviglia: se il pubblico ministero non è un accusatore, ma una “parte imparziale” che persegue insieme al giudice l’interesse collettivo e non ha motivo di puntare alla condanna, perché mai il difensore dovrebbe trattarlo come un antagonista? I custodi delle carriere unite e i promotori dell’avvocato come ausiliario del giudice-accusatore si credono, in cuor loro, nemici giurati. Ma le loro regressioni, affiancate, compongono un’unica inquietante figura.
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