Tutte le intercettazioni (inutili) che non avremmo mai dovuto leggere

Ermes Antonucci

Dalla ministra “trattata come una sguattera del Guatemala” al chiacchiericcio sterile attorno alle inchieste su Berlusconi e Renzi. Sono tantissime le conversazioni inutili captate dai pm e finite sui giornali

L’annuncio della riforma delle intercettazioni da parte del ministro Nordio ha messo in crisi i feticisti della gogna mediatico-giudiziaria. “Ecco tutte le notizie che non saranno più pubblicate”, hanno titolato a caratteri cubitali alcuni quotidiani, parlando di “bavaglio” all’informazione. Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo  si è spinto ad affermare di “non conoscere intercettazioni inutili”. Eppure, gli ultimi anni sono stati segnati dalla diffusione di una moltitudine di intercettazioni penalmente irrilevanti, dunque inutili

 

Il pensiero va, ad esempio, all’intercettazione diffusa nel 2016 in cui una ministra – che non ricorderemo, per non reiterare la violenza – si lamentava con il proprio compagno per essere “trattata come una sguattera del Guatemala”. La conversazione venne captata nell’ambito di un’indagine che non riguardava direttamente la ministra, ma che nonostante ciò portò alle dimissioni di quest’ultima. Un anno dopo, la vicenda giudiziaria si concluse con l’archiviazione degli indagati.

 

Altre intercettazioni che non sarebbero mai dovute finire sui giornali riguardano Silvio Berlusconi. Nel 2011, ad esempio, nell’ambito dell’inchiesta nei confronti del giornalista e imprenditore Valter Lavitola emersero conversazioni risalenti a due anni prima con l’allora presidente del Consiglio. “La situazione oggi in Italia è la seguente: la gente non conta un cazzo... Il Parlamento non conta un cazzo... Siamo nelle mani dei giudici di sinistra, sia nel penale che nel civile, che si appoggiano a Repubblica e a tutti i giornali di sinistra, e alla stampa estera. Facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera”: questo lo sfogo di Berlusconi, che finì immediatamente sui giornali (in primis ovviamente Repubblica), nonostante non avesse alcun rilievo penale. E cosa dire delle infinite conversazioni telefoniche captate nell’ambito dei vari filoni dell’inchiesta Ruby? Tutto chiacchiericcio che, per i pm, avrebbe dovuto portare alla condanna di Silvio Berlusconi, ma che invece si è rivelata essere una montagna di parole inutili, vista l’assoluzione prima dell’ex premier nel procedimento per presunta prostituzione minorile e poi di tutte le ragazze nel filone sulla presunta corruzione in atti giudiziari. 

 

D’altronde, basta ricordare che all’ex premier, da poco scomparso, vennero persino attribuite intercettazioni inesistenti. E’ il caso della presunta battuta su “quella culona della Merkel”, che il Fatto quotidiano attribuì nel settembre del 2011 al Cav., sostenendo che fosse contenuta in una non meglio precisata intercettazione, in realtà mai esistita. 

 

Più che una Repubblica fondata sul lavoro, la nostra sembra essere una Repubblica fondata sulle intercettazioni. Come spiegare, altrimenti, la pubblicazione nel luglio 2015, di un’intercettazione fra Matteo Renzi, all’epoca premier in carica, e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi (comandante interregionale a Firenze), risalente ad alcuni mesi prima, in cui Renzi – non ancora asceso a Palazzo Chigi – esprimeva giudizi non lusinghieri sull’allora premier Enrico Letta? Un’intercettazione dal contenuto palesemente irrilevante sul piano penale, ma che finì sulla prima pagina del giornale preferito dalle procure (il Fatto) attraverso una via non ancora chiarita. 

 

Altre intercettazioni che non sarebbero mai dovute finire sui giornali sono quelle relative alle conversazioni fra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, all’epoca consigliere giuridico del capo dello stato Giorgio Napolitano. Le intercettazioni vennero compiute nell’ambito dell’indagine sulla presunta trattativa stato-mafia, poi rivelatasi del tutto infondata. D’Ambrosio venne sottoposto a una gogna mediatica senza precedenti, prima di morire, stroncato da un infarto, il 26 luglio 2012. 

 

Altre intercettazioni che avremmo voluto non leggere sono quelle sul due di picche ricevuto da Alessandro Moggi (figlio di Luciano) da Ilaria D’Amico, pubblicata ai tempi di Calciopoli, oppure, arrivando ai giorni nostri, quelle diffuse dalla trasmissione “Report”, in cui il governatore del Veneto Luca Zaia critica con un linguaggio colorito il microbiologo Andrea Crisanti

 

L’elenco termina solo per mancanza di spazio.