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Mattarella ha firmato la grazia a Minetti. Per una certa Italia malata così ha graziato Berlusconi
Quindici giorni di attacco ininterrotto, con la costruzione di un giallo suggestivo. Quando il Quirinale risponde alla schiuma social
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28 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:51 AM

Foto ANSA
Graziare Nicole Minetti significa graziare un’epoca. E’ una sciocchezza, naturalmente. Ma è la sciocchezza che ha mosso tutto. Ieri la presidenza della Repubblica ha scritto al ministero della Giustizia chiedendo chiarimenti urgenti sulla fondatezza di quanto scritto da alcuni quotidiani che da settimane contestano la sua decisione di aver firmato quel provvedimento di clemenza. Quindici giorni di attacco ininterrotto, con la costruzione di un giallo suggestivo che racconteremo, hanno destabilizzato il Quirinale, verrebbe da dire. E’ una notizia che dice molto, ma non su Minetti. Dice quanto sia ancora forte, in Italia, il potere di certe campagne vaffanculotte accompagnate dal loro contrabbasso naturale. Quella piccola marea schiumosa dei social che fu già il grillismo nei suoi anni d’oro, quando – ed era assai peggio di oggi – si istruivano processi sulla piazza virtuale di Facebook e Twitter, tra frizzi, lazzi, insulti e cappi digitali sventolati con la stessa allegria con cui i giacobini agitavano le teste mozzate. Nicole Minetti è stata graziata dal Presidente della Repubblica, su proposta del ministro della Giustizia e con il parere favorevole della procura generale di Milano. Il motivo è semplice e verificato: si occupa di un bambino gravemente malato che ha bisogno di cure specialistiche, cure che l’affidamento ai servizi sociali, la misura alternativa alla detenzione prevista per la sua pena, avrebbe reso impossibili. Fine della storia giuridica. Ma la storia giuridica non è la storia che interessa. La storia che interessa è un’altra, e riguarda due parole che in Italia, per una certa subcultura politica e giornalistica, non possono stare sulla stessa riga: “grazia” e “Minetti”, appunto. Perché graziare Minetti non significa, in quella logica demenziale, graziare una persona. Minetti porta con sé, incollato addosso come un marchio indelebile, il richiamo al bunga bunga, a Silvio Berlusconi. E mettere accanto al suo nome la parola “grazia” significa, secondo un ragionamento forsennato, riabilitare simbolicamente tutto quello, restituirgli una patente di normalità, dire che anche quel periodo può essere perdonato.
E così è partita la macchina. Un’inchiesta a puntate dai contorni tra il thriller sudamericano e il giallo di terza fila, costruita per accumulo e per suggestione, che ha trascinato nel medesimo calderone Jeffrey Epstein e un ranch in Uruguay, avvocati morti carbonizzati e una madre biologica scomparsa nel nulla, pareri medici non allegati e adozioni dai contorni oscuri, giri di prostituzione e minori usati come specchietti per le allodole. Articoli su articoli, editoriali, trasmissioni televisive, dichiarazioni indignate, una piccola marea social alla quale incredibilmente il Quirinale ha sentito di dover rispondere. Tutto il circo mediatico-giudiziario che l’Italia conosce bene, messo in moto con quella tecnica che consiste non nell’accusare ma nell’evocare, non nel dimostrare ma nell’insinuare, disponendo i nomi uno accanto all’altro e lasciando che il lettore annusi e concluda.
Vale la pena fermarsi un momento sulla reale entità della vicenda. Senza la grazia, Minetti non sarebbe andata in carcere: sarebbe andata ai servizi sociali, la misura alternativa cui si sono volentieri concessi, nel corso degli anni, personaggi assai più potenti e assai meno inclini all’umiltà, da John Elkann a Berlusconi stesso. Una misura ordinaria, tutto sommato non devastante. Eppure, secondo il fumettone messo in piedi in questi giorni, per scampare persino a quella, Minetti – che sta a metà tra Machiavelli e il capo della Spectre – avrebbe orchestrato una vicenda di proporzioni fantastiche. Una congiura silenziosa e perfetta, tutta ordita per evitare i servizi sociali. Eppure il bambino malato esiste. La malattia esiste. L’operazione a Boston esiste. L’affido esiste. Il nucleo umanitario della grazia, l’unica cosa che conta ai fini della decisione presa da Sergio Mattarella sulla base di pareri della magistratura e del ministero della Giustizia, non è stato scalfito in alcun modo come ha ripetuto ancora ieri la procura generale di Milano che si è sentita chiamata in causa dalla richiesta di chiarimenti avanzata dal Quirinale. Ma non era quello il punto. Il punto era altro: era costruire un’atmosfera. Era rendere impossibile separare i fatti dalle suggestioni, le prove dalle evocazioni. Era colpire, e costringere a un passo di pentimento Mattarella, il presidente della Repubblica, che aveva osato firmare. “Grazia” e “Minetti”. Non passerà.
Non è la prima volta che il Quirinale si trova sotto questo tipo di pressione. Anche Giorgio Napolitano, in un contesto politico diverso e per una storia completamente diversa, fu preso di mira dagli stessi ambienti e con gli stessi metodi – la campagna sui social, gli editoriali diffamanti, l’insinuazione sistematica elevata a sistema. Ci fu persino una canzone di Fedez, l’ex intellettuale dellche divenne l’inno del Movimento 5 stelle. Napolitano resistette. Senza abbassarsi mai al livello di chi lo attaccava, senza mai sentire il bisogno di giustificarsi davanti a nessun social network. Tenne il punto dall’alto, forte della Costituzione, sicuro di sé e del suo ruolo, con quella compostezza d’acciaio che era il suo stile. E si attirò per questo l’odio imperituro di quella parte subpolitica. Un odio che lo ha inseguito fino alla morte e oltre. Napolitano non si faceva destabilizzare da quattro tweet e da un editoriale di Marco Travaglio.
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.