L’operazione per trovare il jet americano abbattuto in Iran e i capricci dentro al Pentagono

Oltre che per l'F-15, la ricerca è iniziata anche per il pilota statunitense che al momento risulta disperso. È la prima volta che gli Stati Uniti perdono un jet in territorio nemico dopo sei settimane di guerra e in più di 20 mila attacchi

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3 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:01 PM
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© foto Ansa

Catturate “i piloti del nemico”, consegnateli vivi e riceverete un premio, ha detto il conduttore di un’emittente di stato iraniana lanciando un appello a chi abita nell’area in cui è stato abbattuto un jet militare americano – un F-15 che potrebbe essere, secondo il Guardian, del 494esimo stormo dell’aeronautica americana, “le Pantere”, di stanza nella base britannica di Lakenheath. Le operazioni di ricerca dei due piloti sono iniziate anche da parte delle forze americane, uno è stato messo in salvo, continuano le ricerche del secondo; è la prima volta in sei settimane e in più di 20 mila attacchi che gli Stati Uniti perdono un jet in territorio nemico. 
Teheran ha tutta l’intenzione – e la capacità – di sfruttare l’eventuale ostaggio in ogni modo possibile in questa fog of war di bombe, negoziati, altre bombe, nuove interlocuzioni non si sa bene con chi né per ottenere che cosa, e quel “vi riporteremo all’età della pietra” detto da Donald Trump che ha schiantato le fragili speranze degli iraniani che da gennaio aspettano “l’aiuto in arrivo”. Pete Hegseth, segretario alla Difesa, ha ripreso su X proprio la frase sull’età della pietra, la più crudele, l’ultimo degli slogan con cui cadenza le operazioni americane contro l’Iran, come se fosse rimasto dov’era, a condurre uno show televisivo in cui puoi dire tutto ciò che ti passa per la testa. Hegseth vive in uno strano angolo visivo del suo capo, il licenziatore in chief Trump: è allo stesso tempo quello che sta facendo la guerra che vuole il presidente, con tutta l’enfasi virulenta di cui è capace, e il primo della lista dei capri espiatori e se la guerra dovesse protrarsi troppo e se i risultati da sbandierare (che cambiano ogni giorno, sempre al ribasso) non dovessero esserci. Hegseth sa di essere in quel cono di ombra e luce, lo occupa ripetendo le parole di Trump come una filastrocca militare e intanto si leva di torno i dissenzienti o, come emerge dall’ultimo giro di dismissioni di generali, quelli con cui non si trova. Il potere come capriccio è portato, dalle parti di questo Pentagono in cui si violano le regole di sicurezza chattando su Signal, si cacciano i giornalisti perché fanno domande, si cacciano i fotografi perché fanno foto non lusinghiere e si cacciano i generali di carriera – come Randy George, il generale più esperto dell’esercito, ma non è certo l’unico – nel mezzo di una guerra senza strategia, per condurre un’altra guerra interna al Pentagono, quella tra Hegseth e il ministro dell’esercito, Dan Driscoll, che era comparso nei negoziati ucraini, nell’eterno beauty contest trumpiano in cui ci stritola ogni giorno di più.