Trump dice di voler uscire dalla Nato: può farlo? Intanto l’Europa si attrezza, anche per Hormuz

Il presidente americano minaccia di non vendere più le armi per Kyiv agli europei se non si mobilitano per la riapertura dello Stretto. La coalizione di Starmer e Bruxelles che si mobilita per il suo "articolo 5"

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1 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:49 PM
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il segretario generale della Nato Mark Rutte durante un incontro bilaterale a margine dell'incontro annuale del Forum economico mondiale il 21 gennaio scorso a Davos, in Svizzera

Se i paesi europei non ci aiutano a riaprire lo Stretto di Hormuz, allora la Casa Bianca “riconsidererà” la sua partecipazione alla Nato. Il presidente americano Donald Trump non era mai stato così esplicito, durante un’intervista al Telegraph, quando ha paragonato l’Alleanza atlantica a una “tigre di carta”, usando quindi un’espressione cara a Mao Zedong, che la pronunciava spesso per definire gli Stati Uniti un avversario minaccioso ma in realtà debole. L’uscita degli Stati Uniti dalla Nato è una vecchia fissazione di Trump, che usa spesso la lingua della minaccia per ottenere risultati, e non tollera il sistema democratico che da 75 anni tiene in piedi l’Alleanza. Leader politici (e militari) europei hanno tentato di minimizzare, a cominciare dal presidente finlandese Alexander Stubb, che ha detto di aver parlato al telefono con Trump in uno “scambio di idee sulla Nato, l’Ucraina e l’Iran”.
Il ragionamento del presidente americano segue sempre lo stesso schema: “L’Ucraina non era un nostro problema. Noi ci siamo stati per loro, ma loro non ci sono stati per noi”, ha detto al Telegraph, collegando direttamente la guerra in Ucraina – che per il Cremlino è anche un continuo test contro la Nato – e la guerra contro l’Iran iniziata da poco più di un mese. Anche il segretario di stato Marco Rubio ha detto a Fox: “Purtroppo non ci sono dubbi sul fatto che, una volta terminato questo conflitto, dovremo riesaminare questa relazione”. Mentre il Cremlino continua a bombardare l’Ucraina, l’Amministrazione americana ha di fatto interrotto quasi tutti i nuovi aiuti militari a Kyiv, e secondo il Financial Times Trump avrebbe minacciato “di interrompere le forniture a Purl, l’iniziativa Nato per l’approvvigionamento di armi destinate all’Ucraina finanziata dai paesi europei”, se gli alleati non si adoperano per la riapertura di Hormuz. Il ministro della Difesa polacco, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, ha commentato le dichiarazioni di Trump dicendo che “non esiste Nato senza gli Stati Uniti, ma non esistono Stati Uniti forti senza alleati”.
La minaccia di un’uscita dall’Alleanza da parte dell’America è in ogni caso l’ennesimo tabù violato da Trump, che ha provocato sconcerto e paralisi tra gli analisti delle Forze armate europee: una fonte del Foglio che preferisce restare anonima parla di “un evento cataclismatico”, forse d’impatto maggiore rispetto a una guerra “tra paesi membri” – come quella che si sarebbe configurata in caso di una azione di forza dell’America per la conquista della Groenlandia, amministrata dalla Danimarca – perché mina dalle sue fondamenta il sistema di deterrenza globale che ha (più o meno) retto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Uno scenario imprevedibile che imbarazza anche gli stessi trumpiani: contattato dal Foglio, Jack Keane, generale in pensione e oggi commentatore di questioni militari per Fox News molto vicino all’Amministrazione Trump, ha preferito non commentare.
Nel caso in cui alle minacce Trump volesse far seguire delle azioni concrete, secondo l’Articolo 13 del trattato, la Casa Bianca dovrebbe inviare prima di tutto una notifica “al governo degli Stati Uniti” (cioè a sé stesso) in quanto depositario del Trattato. Per evitare colpi di mano, da qualche anno è stata introdotta una modifica al National Defense Authorization Act, che pure Rubio sosteneva nel 2023, e che obbligherebbe il presidente a ottenere l’approvazione del Congresso. Questo atto formale non previene però uno “svuotamento” strutturale e progressivo del contributo americano all’Alleanza atlantica, che secondo molti è il vero pericolo della nuova strategia americana. Secondo Kamil Zwolski, analista del Royal United Services Institute (Rusi), “Trump sembra attribuire alla Nato valore solo in modo strumentale, come una sorta di ‘cassetta degli attrezzi’ da usare per sostenere le sue iniziative unilaterali”, dice l’analista. “Il vero test arriverà con la prossima Amministrazione americana: se manterrà un approccio altrettanto strumentale verso gli alleati europei, la credibilità della Nato potrebbe subire danni irreparabili”. Non solo la guerra in Iran, ma la presidenza Trump nel suo complesso che sta avendo un impatto duraturo sulle relazioni transatlantiche, dice Zwolski: “L’Europa non sembra più credere che tutto questo finirà con la prossima Amministrazione americana. Al contrario, lo interpreta come la fine di un’epoca e un campanello d’allarme per sviluppare capacità autonome. Cosa che, ovviamente, non sarà facile”.
Qualcosa però si muove già: secondo Euractiv, già a maggio inizieranno le simulazioni per l’eventuale attivazione dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, cioè la clausola di mutua assistenza tra stati membri, che serviranno a definire in modo concreto quali risorse potrebbero essere mobilitate e in quali scenari, perché l’attacco con droni iraniani a Cipro a Bruxelles è considerato ormai un caso di scuola da affrontare senza l’attivazione dell’articolo 5 della Nato. L’articolo 42.7 è stato invocato finora una sola volta, quattro giorni dopo gli attentati terroristici di Parigi del 2015, scriveva lo Spiegel, ma oggi l’ambiente di sicurezza è cambiato, e anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiesto di dare concretezza alla clausola di mutua assistenza dell’Ue. Sono d’accordo con lui i governi di Francia, Spagna e Paesi Bassi e “persino l’Austria, costituzionalmente neutrale, si mostra aperta”. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato una serie di colloqui fra 35 paesi fuori dall’alleanza Nato con l’obiettivo di formare una coalizione per riaprire lo Stretto di Hormuz dopo il cessate il fuoco.