La violenza ininterrotta della guerra del regime contro gli iraniani

Davanti alla minaccia esistenziale all’ordine khomeinista, nessuno può dirsi al sicuro. Nel mirino delle autorità figurano dissidenti più o meno noti, persone che hanno manifestato a gennaio o in altre stagioni di protesta, genitori di ragazzi uccisi nei massacri, ma anche giornalisti, intellettuali, artisti, medici e infermiere

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1 APR 26
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Tehran, Iran. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

“Abbasso i pasdaran”, gridano le voci, nel buio. Due uomini mascherati puntano le armi verso le finestre dei palazzi del quartiere di Chitgar e sparano. E’ ancora notte, squilla un telefono. “Sappiamo dove vivi. Verremo a prenderti e ti decapiteremo”, sibila uno sconosciuto contro un attore che rifiuta di allinearsi. E’ quasi giorno, piove, le bombe tacciano e in un vicolo di Teheran risuona il tonfo di un corpo che è appena precipitato da un tetto. Il ragazzo riverso sull’asfalto ha vent’anni, forse non ha retto al ricordo delle torture, racconta il padre tra le lacrime. “Prima o poi il filo della speranza si spezza. E’ troppo pretendere di trovare la forza ancora e ancora”. La madre, invece, non ha ancora pianto, non ci riesce, “forse sono già morta” dice al Foglio e poi sussurra che suo figlio, da piccolo, sognava di diventare un astronauta. Sono i suoni della guerra che non scandalizza nessuno, perché non si tratta della guerra di Donald Trump e Binyamin Netanyahu e non ha a che vedere con lo Stretto di Hormuz, il costo dell’energia, gli errori e le sottovalutazioni che pesano sul carrello della spesa globale, questi sono i suoni dell’altra guerra, la guerra che infuria da mesi, da anni, nell’indifferenza generale, quella del regime contro gli iraniani.
E questa guerra si combatte strada per strada e casa per casa. Davanti alla minaccia esistenziale all’ordine khomeinista, nessuno può dirsi al sicuro. Nel mirino delle autorità figurano dissidenti più o meno noti, persone che hanno manifestato a gennaio o in altre stagioni di protesta, genitori di ragazzi uccisi nei massacri, ma anche giornalisti, intellettuali, artisti, medici e infermiere. Il Consiglio di coordinamento delle associazioni culturali iraniane riferisce di minacce e incursioni armate sempre più frequenti nelle case di insegnanti e sindacalisti e denuncia: del professor Manouchehr Aghabeigi non si hanno notizie da giorni.
Nel frattempo sui muri campeggiano i volti dei numi tutelari della Repubblica islamica, nell’aria risuonano le canzoni patriottiche e mentre le misure di sicurezza si fanno più stringenti la ferocia dei lealisti del regime diventa di giorno in giorno più opprimente. “La vostra permanenza nelle strade ha confuso e fatto arrabbiare il nemico, strade strade e ancora strade”, si è felicitato il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Occupare ogni spazio e silenziare ogni voce è il primo obiettivo da centrare nella guerra che nessuno vuole guardare, Israele e gli Stati Uniti hanno invitato gli iraniani a rimanere al sicuro, dentro alle loro case, e i lealisti si prendono la scena si riversano per strada tutte le notti, dopo la preghiera, alzano cartelli nei parchi e nelle piazze e inneggiano slogan come “Morte a Israele”, “Morte all’America”, “Morte all’ipocrita”. Gli adulti assieme ai bambini. Tutti a simboleggiare la legittimità del regime e la sua resilienza e pazienza se si trasformano in scudi umani. Alcuni video ritraggono questi bambini in tuta mimetica che attraversano le strade dentro ai pick up che usano bassiji e pasdaran, le piccole mani che alzano il pugno e imbracciano fucili più grandi di loro. “Chi compare per strada su indicazione del nemico verrà trattato come tale ha detto il capo della polizia”, Ahmadreza Radan. Ma i figli dei lealisti sono ben accetti, anzi di più.
Il 26 marzo, Rahim Nadali, un funzionario delle Guardie della Rivoluzione con la delega agli eventi artistici e culturali ha annunciato l’avvio di una campagna denominata “difensori della patria iraniana” in base alla quale, a partire dai dodici anni, sarà consentito ai ragazzini di armarsi, partecipare alle ronde e presidiare i checkpoint. “Guardi il cielo per capire dove cadranno le bombe. Ascolti il rimbombo e aspetti. Poi riparti, cerchi di evitare gli assembramenti, perché hai paura. Hanno il grilletto facile. Sono stanchi sono nervosi anche loro. Svolti a destra, premi l’acceleratore, rallenti e sotto il ponte Tohid ti ritrovi un bambino che sbadiglia, con una torcia in una mano e una pistola in un’altra”, racconta al Foglio una donna che abita a Teheran. Un bambino di 11 anni che frequentava la quinta elementare è morto così a un checkpoint accanto al padre, sono entrambi stati colpiti da un drone. Vicino a loro su un muro era incollato un poster con su scritto: “Tra la patria e il nemico, che siano maledetti coloro che dubitano”. Ma chi riesce a trovare una vpn per parlare con il mondo fuori seguita a dubitare di tutto: la sopravvivenza propria e quella del regime, i valori dell’occidente e i contorni che assumerà la vita quando finirà la guerra.