Leadership e nucleare. I due elementi per capire come finisce la guerra in Iran

Come si porta via l’uranio e con chi negoziare nel regime. Minacce, piani e segnali sulle decisioni che deve ancora prendere Donald Trump

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31 MAR 26
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President Donald Trump arrives on Air Force One, Wednesday, March 18, 2026, at Dover Air Force Base, Del., to attend the casualty return for the six crew members of an Air Force refueling aircraft who died when their plane crashed in western Iraq while supporting operations against Iran. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Sono due gli ambiti in cui gli attacchi di Israele e Stati Uniti hanno avuto più efficacia contro la Repubblica islamica dell’Iran: il nucleare e la leadership. Finora, Israele ha eliminato oltre duecentocinquanta funzionari di alto livello, oltre alla Guida suprema, Ali Khamenei, a politici e militari. Il sistema continua a tenere, è costruito a strati, che però non sono infiniti. Non ci sono dubbi sulla compattezza ideologica fra ogni strato, non ci sono però equivalenze sulle competenze e sulle capacità: la Repubblica islamica potrà anche diventare più intransigente, ma si riducono le abilità. Il presidente americano, Donald Trump, parla di nuovo e vecchio regime e lascia intendere che, dopo tante uccisioni, il sistema di potere di Teheran non sia più lo stesso. Il cambio di regime non c’è stato, ma il presidente si accontenta di interlocutori diversi. Da Teheran, però, continuano a rispondere: non parliamo con gli americani.
Ieri il capo della Casa Bianca ha ribadito che i colloqui procedono bene, che gli americani stanno parlando con nuove persone a Teheran ma che se non si dovesse concludere un accordo e lo Stretto di Hormuz non venisse riaperto, allora porranno fine al loro “piacevole soggiorno in Iran facendo saltare in aria e annientando completamente tutte le centrali elettriche, i pozzi di petrolio e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!) che abbiamo volutamente lasciato intatti”. L’ultimatum di Trump per una soluzione diplomatica è fissato per il 6 aprile, nel frattempo gli Stati Uniti continuano a litigare con gli alleati occidentali – la Spagna è il primo paese a chiudere lo spazio aereo al passaggio dei caccia americani – mentre gli iraniani mostrano di non contemplare soluzioni diplomatiche. Il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha in parte contraddetto Trump, spiegando che la diplomazia con un regime costruito in quarantasette anni non è semplice.
Il regime metterà sempre la propria sopravvivenza prima di qualsiasi scelta e fino a questo momento, la valutazione è che sia più semplice resistere con la guerra e la distruzione che dopo un accordo alle condizioni americane. Come garanzia per la propria sopravvivenza, il regime ha sviluppato il suo programma nucleare ed è arrivato ad arricchire l’uranio al 60 per cento, facilmente convertibile al 90 per cento, quanto basta per produrre delle armi nucleari. Fra le richieste degli Stati Uniti, lo smantellamento del programma nucleare a uso militare è al primo posto. A giugno dello scorso anno, Israele eliminò gli ingegneri che lavoravano nei laboratori in cui si portava avanti il progetto atomico. Gli esperti israeliani dicono che la guerra dei Dodici giorni e questa, che ormai procede da un mese, hanno rimandato indietro il programma nucleare della Repubblica islamica dell’Iran di anni, ma finché nelle mani degli iraniani rimarranno i quattrocentosessanta chili di uranio arricchito al sessanta per cento, il progetto di Teheran di dotarsi della Bomba rimarrà in piedi. Tutto si può ricostruire, l’Iran potrà chiedere anche ai suoi alleati di rifornirlo delle centrifughe necessarie, quindi fino a quando l’uranio rimarrà in Iran, anche se fra anni, il progetto potrà ripartire. Per questo, secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca starebbe valutando di mandare i soldati per portare via gli oltre quattrocento chili di uranio, che si trovano, principalmente, in un tunnel presso il complesso di Isfahan e in un deposito di Natanz, e sono probabilmente contenuti in decine di cilindri speciali “simili a bombole da sub”. Per portarli via, dei soldati molto esperti dovrebbero inserirli in contenitori speciali e farlo sotto il fuoco nemico. Non sarebbe la prima volta che gli Stati Uniti rimuovono uranio da un paese straniero, ma finora si è trattato di contesti pacifici, come in Kazakistan nel 1994 o in Georgia nel 1998. “Dal punto di vista puramente militare è possibile, ma molto difficile, richiederà molto tempo e avrà un costo elevato in termini di vite umane da entrambe le parti”, dice Sima Shine, ex capo della sezione Ricerca e valutazione del Mossad e oggi ricercatrice presso l’Inss di Tel Aviv.