La stretta su Taiwan

Cheng Li-wun, outsider diventata leader del principale partito d’opposizione, vola a Pechino per un incontro storico con Xi Jinping. Il rischio di una nuova partita su Taipei fra Trump e il leader cinese

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1 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:49 AM
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La chiamano “il re leone” Cheng Li-wun, leader del Kuomintang, cioè il Partito nazionale del popolo di Taiwan. Durante la campagna per le primarie dello scorso autunno nessuno l’aveva vista arrivare, nessuno soprattutto fra i burocrati funzionari del principale partito d’opposizione dell’isola – opposizione alla presidenza, s’intende, perché già alle elezioni del 2024 dello Yuan legislativo, cioè il Parlamento monocamerale di Taipei, il cosiddetto “campo blu” del Kuomintang ha vinto 52 seggi su 113, uno in più del “campo verde”, quello del Partito progressista democratico alla presidenza dal 2016 prima con Tsai Ing-wen e poi con Lai Ching-te.
Cheng è la leonessa che ha scalato i vertici del partito da outsider, dicendo cose che nessuno avrebbe mai osato dire, in un paese in cui tutta la politica si basa su regole linguistiche ferree, parole e fraseggi invariabili costruiti per mantenere l’ambiguità di certe istituzioni, e poi interiorizzate dalla politica anche su altri temi più sensibili, come quello sulla pena di morte. Nonostante tutto, Taiwan è oggi il luogo più propriamente democratico dell’Asia orientale, ben più progressista del Giappone e della Corea del sud, ma è anche l’isola de facto indipendente che la Repubblica popolare cinese rivendica come proprio territorio, anche se il Partito comunista cinese non l’ha mai governata. Le relazioni diplomatiche di Pechino col resto del mondo sono subordinate a questa regola: non parlare di Taiwan, non normalizzare Taiwan, fare affari con Taipei va bene, ma le sue istituzioni non possono essere riconosciute. L’isolamento diplomatico imposto dalla Repubblica popolare all’isola è stato sempre piuttosto evidente, ma negli ultimi dieci anni è raddoppiato, insieme alla minaccia di un’azione militare di cui osservatori e analisti cercano di prevedere orizzonte temporale e modalità, ma che ha a che fare sempre di più con il mondo che cambia, con una Cina, sotto la guida di Xi Jinping, sempre più revisionista, e una presidenza americana opportunista e umorale.
Il presidente cinese Xi Jinping durante l'incontro bilaterale con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla base aerea di Gimhae il 30 ottobre 2025 a Busan, Corea del Sud&nbsp;<div data-empty="true"><br></div>
Il presidente cinese Xi Jinping durante l'incontro bilaterale con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla base aerea di Gimhae il 30 ottobre 2025 a Busan, Corea del Sud&nbsp;<div data-empty="true"><br></div>
“Il Kuomintang deve trasformarsi da un gregge di pecore in un branco di leoni”, aveva detto Cheng Li-wun in campagna elettorale: ha pagato. L’altro ieri il direttore dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan della leadership di Pechino, Song Tao, ha annunciato che il leader cinese Xi Jinping ha invitato la presidente del Kuomintang, Cheng, e una delegazione del partito a visitare la Cina: la prossima settimana la leonessa sarà a Jiangsu, poi a Shanghai, e infine a Pechino, dove tutti si aspettano il primo, storico incontro fra Xi e l’esponente politica taiwanese sulla rampa di lancio per la candidatura alle elezioni presidenziali del 2028.
La mossa del leader cinese di un invito così esplicito e formale (e annunciato così in anticipo per gli standard cinesi) forse non è casuale: la presidente del Kuomintang sarebbe a Pechino esattamente un mese prima del presidente americano Donald Trump, che avrebbe dovuto viaggiare in Cina in questi giorni ma ha rimandato, ufficialmente a causa della guerra in Iran. Qualche giorno fa Lingling Wei e Alex Leary sul Wall Street Journal, in un lungo articolo sulla “ambivalenza di Trump” che rischia di creare “un’opportunità storica per la Cina su Taiwan”, hanno rivelato una notizia piccola ma particolarmente significativa. A novembre del 2017, durante la sua prima visita di stato in Cina, Trump offrì di aiutare il leader cinese a negoziare su Taiwan con l’allora presidente taiwanese Tsai. “‘La conosco, sai’, avrebbe detto Trump a Xi, secondo le fonti. ‘Posso aiutare con questa donna’. I cinesi rimasero scioccati. L’offerta era così sconcertante che Xi sospettò si trattasse di un gesto impulsivo, raccontano persone vicine ai processi decisionali di Pechino”. Un anno prima, quando ancora Trump era solo il presidente-eletto, aveva risposto a una telefonata di Tsai Ing-wen: in dieci minuti di conversazione aveva fatto qualcosa che nessun presidente era mai stato disposto a fare sin dal 1979, col rischio di mandare all’aria la diplomazia con Pechino.
Cheng Li-wun tiene un discorso dopo aver vinto le elezioni per la presidenza del Kuomintang a Taipei, Taiwan, sabato 18 ottobre 2025
Cheng Li-wun tiene un discorso dopo aver vinto le elezioni per la presidenza del Kuomintang a Taipei, Taiwan, sabato 18 ottobre 2025
Cheng Li-wun ha un profilo anomalo rispetto ai suoi colleghi, e ai tradizionali candidati del Kuomintang, e la sua storia politica è fondata sulla conversione: da studentessa alla National Taiwan University aveva partecipato alle proteste studentesche dei Gigli selvatici, che sostenevano posizioni pro-indipendenza, e poi era entrata nel Partito progressista democratico, nonostante suo padre venisse dallo Yunnan, nella Cina continentale, e si fosse trasferito a Taiwan nel 1949 insieme alle truppe di Chiang Kai-shek, cioè con il gruppo originario del Kuomintang. Nel 2002 lasciò il Partito progressista democratico per delusione verso la scarsa tolleranza per il dissenso interno. Tre anni dopo entrò nel partito nazionalista e si costruì in breve tempo una reputazione come oratrice aggressiva, imprevedibile e combattiva. Sebbene per settimane, dopo la sua elezione alla presidenza, si sia parlato di un aiutino fatto di manipolazioni online e fake news arrivato dalla Cina, sarebbe riduttivo dire che Cheng sia la candidata di Pechino. Dopo l’ex presidente Ma Ying-jeou, la Cina ha smesso di puntare tutto su un candidato unico, spiega al Foglio Ken Endo, docente di Politica internazionale e global governance all’Università di Tokyo, commentatore molto attivo e influente anche in Europa: “Ci sono ancora persone che aspirano all’unificazione, ma bisogna essere realisti: ormai tutti sanno che non esiste più davvero l’ipotesi ‘un paese, due sistemi’”, dice Endo, riferendosi al “modello Hong Kong” cancellato nel 2020 da Pechino. “Sanno benissimo che, se Taiwan venisse assorbita dalla Cina, la democrazia taiwanese morirebbe per sempre. Per questo non credo che nemmeno il Kuomintang, nel suo complesso, potrebbe mai accettare un controllo diretto di Pechino”.
“Il Kuomintang deve trasformarsi da un gregge di pecore in un branco di leoni”
Cheng Li-wun durante la campagna elettorale per la presidenza del Kuomintang nel 2025
La leadership cinese corteggia il partito nazionalista anche per una questione di “rispetto storico”, ma c’è da dire che Cheng ha un profilo sopra le righe rispetto a un candidato più autorevole e fascinoso come l’attuale sindaco di Taipei, Chiang Wan-an, pronipote di Chiang Kai-shek – durante il Capodanno lunare di Cheng si è parlato soprattutto per una specie di “possessione” innaturale occorsa durante una cerimonia religiosa. “Il momento a cui bisogna guardare è il 2027”, dice Endo, “o comunque il periodo 2027-2030, quando Taiwan entrerà nella prossima fase politica e Xi Jinping potrebbe iniziare a ragionare anche sul proprio ritiro o sul proprio lascito storico. E’ lì che dovremo stare molto attenti. Già sette anni fa Xi aveva ordinato all’Esercito popolare di liberazione di prepararsi, ma il fatto che abbia licenziato così tanti generali fa pensare che lui stesso si sia reso conto che ci sono problemi seri, tensioni interne, limiti operativi. E Xi non è il tipo di leader che cambia facilmente strategia o che rinuncia ai propri obiettivi. La questione di Taiwan, per lui, non è solo la posizione di lungo periodo del Partito comunista cinese: è anche una questione personale, politica, storica. Ha passato anni a supervisionare gli affari taiwanesi, vuole lasciare un segno nella storia del Partito comunista cinese”.
Per essere ricordato, la missione è quella che a Pechino chiamano “riunificazione”, ma che di fatto sarebbe un’invasione. Taiwan si sta preparando soprattutto alla deterrenza – la presidenza di Lai Ching-te ha stanziato un budget per la Difesa da 40 miliardi di dollari, attualmente bloccato in Parlamento anche dal Kuomintang. L’altro ieri Cheng ha detto che l’incontro con Xi avrà un “significato simbolico rilevante” e potrebbero costituire “la base” per relazioni pacifiche attraverso lo Stretto di Taiwan. E’ una storia che, purtroppo, abbiamo già visto accadere.