Cosa sappiamo del rapimento a Baghdad di Shelly Kittleson

La giornalista americana, che collabora anche con il Foglio, è stata trascinata su un'auto in una delle vie più trafficate della capitale irachena. Washington l'aveva avvisata del pericolo. Sospetti su Kataib Hezbollah. Arrestato un membro del commando

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1 APR 26
Ultimo aggiornamento: 12:12 PM
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Shelly Kittleson a Palmira, in Siria (via Facebook)

Ieri pomeriggio la giornalista americana Shelly Kittleson è stata rapita a Baghdad, in Iraq. Nessun gruppo armato ne ha ancora rivendicato la cattura e non si sa con certezza dove si trovi. Secondo quanto risulta, il giorno prima del rapimento Kittleson aveva avuto incontri con rappresentanti del governo iracheno. Il dipartimento di stato aveva già avvisato la giornalista della minaccia a suo carico, e fonti dell'Amministrazione Trump avevano confermato ad al Monitor di averle sconsigliato di recarsi in Iraq. Le ultime immagini di Kittleson risalgono al momento del suo rapimento. Il video mostra alcuni uomini che indossano abiti civili e costringono una ragazza a salire su un’auto grigia in una delle vie più trafficate di Baghdad, Saadoun Street, che conduce fino al centro della capitale irachena. Da quel momento le informazioni si fanno ancora più confuse. Sembra che le forze di sicurezza irachene abbiano lanciato un inseguimento dell’auto, che ci sia stato un incidente e che un membro del commando sia stato catturato. Secondo una prima ricostruzione data da alcuni media locali, Kittleson sarebbe rimasta ferita, ma non ci sono conferme. Quello che si sa è che di lei si è persa ogni traccia. 
In assenza di comunicazioni ufficiali dal governo iracheno, da questo punto in poi sono iniziate le ricostruzioni sulla sorte della giornalista, che oltre a collaborare con alcune testate in lingua inglese del Golfo e della Turchia – al Monitor e Middle East Eye – scrive anche per il Foglio con reportage dall’Iraq e dalla Siria. 
Il primo sospettato del rapimento è Kataib Hezbollah (KH, “il battaglione del partito di Dio”), una delle milizie nominalmente inglobate appartenenti al Fronte di mobilitazione popolare che dipende dal governo, ma che di fatto obbedisce direttamente all’Iran. Anche alcuni account legati a Harakat al Nujaba, un’altra milizia filosciita molto strutturata e nemica giurata degli americani, hanno rilanciato la notizia del rapimento. KH non è un’eccezione in Iraq; nel paese la sicurezza è assicurata da una galassia di milizie sciite che agiscono parallelamente all’esercito nazionale addestrato invece dagli americani durante questi anni dopo l’invasione del 2003. Si assiste però a un paradosso: i membri di KH sono a libro paga dello stato iracheno ma rispondo agli ordini e ai piani dei pasdaran. I Guardiani della rivoluzione islamica sono infatti tra i principali fornitori di armi e finanziatori di queste milizie. Lo schema di un paese retto su milizie di fatto a briglia sciolta fu ideato dal comandante delle forze speciali iraniane al Quds, Qasem Suleimani, considerato l’architetto della strategia iraniana basata su gruppi armati che agivano da proxy in Iraq, Libano e Siria. Per farlo, Suleimani si affidò a Abu Mahdi al Muhandis, ex oppositore del regime sunnita di Saddam Hussein e comandante di KH. Entrambi i comandanti furono uccisi il 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Baghdad con un attacco con drone degli americani. 
La vicenda di Kittleson richiama alla mente quella più recente di Elizabeth Tsurkov, una ricercatrice dell’Università di Princeton dalla doppia nazionalità israeliana e americana, grande esperta di Iraq e delle milizie sciite. Fu catturata nel marzo del 2023 anche lei a Baghdad, nel quartiere di Karrada, non troppo distante da dove Kittleson è stata rapita ieri. La sua prigionia fu lunga, oltre 900 giorni, e la cattura non fu rivendicata inizialmente da alcuna milizia armata. Si rincorsero nel frattempo voci, tutte smentite, sull’appartenenza di Tsurkov al Mossad o ai servizi americani, per il semplice fatto che parlava perfettamente l’arabo e per il suo passaporto israeliano. Quello che conta fu però che il governo iracheno fu totalmente incapace di gestire la situazione e di compiere sforzi concreti per ottenere il rilascio della Tsurkov. “Non sappiamo dove sia e chi l’abbia catturata”, ripeteva per mesi il premier Mohamed Shia al Sudani, che è anche l’attuale primo ministro uscente dell’Iraq che si sta giocando in questi mesi la nomina per un secondo mandato. Questo silenzio fu interpretato come un gesto di omertà da parte delle autorità irachene sotto la pressione dei pasdaran. Era infatti difficile credere che al Sudani, nel cui staff presidenziale compaiono anche membri direttamente riconducibili a KH, non avesse informazioni sulla sorte di Tsurkov. Un segno della subalternità del governo iracheno alle milizie sciite. 
La speranza è che stavolta, nel caso di Shelly Kittleson, le cose vadano diversamente. Il contesto regionale non potrebbe essere dei peggiori, vista la guerra in corso in Iran, di cui l’Iraq è a pieno titolo un fronte aperto dove le milizie sciite filoiraniane combattono e attaccano le basi militari americane. Se l’obiettivo di questi gruppi paramilitari è di usare la giornalista come pedina di scambio per ottenere un ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq, come fu nel caso di Elizabeth Tsurkov, lo diranno le prossime ore.
L'ultimo reportage di Shelly Kittleson per il Foglio

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