La leader dei Verdi tedeschi Annalena Baerbock (foto EPA)

Proposte verdi

Così l'idea dei Verdi tedeschi di un mercato sociale ed ecologico è rimasta schiacciata

Marco Cecchini

I quarantenni dirigenti dei Grünen forse hanno messo troppa carne al fuoco nel loro programma elettorale. O forse il paese non è ancora maturo per la loro "rivoluzione di velluto"

In una campagna elettorale che deve convivere con l’ombra lunga di Angela Merkel, il partito dei verdi, i Grünen, in teoria dovrebbe rappresentare la vera novità. Tanto più che la questione climatica è diventata prioritaria in Europa con il Ngeu e loro dei temi ambientali hanno per così dire il copyright. Alle ultime elezioni europee i Grünen hanno ottenuto un netto successo e oggi sono il più forte gruppo ecologista rappresentato nel Parlamento del Vecchio continente. Ma l’ecologismo non è la loro sola vocazione. I Grünen sono un partito europeista che vuole riformare la Germania nel suo complesso e la sua economia all’interno di una Unione europea più integrata e capace di far sentire la propria voce nel mondo. Rappresentano un elettorato di rango e cultura medio-alti lontano dallo stereotipo dell’ambientalista anni Settanta. Tuttavia dopo sedici anni di cancellierato Merkel i tedeschi sono combattuti tra la voglia di aria nuova e la paura del cambiamento. I partiti oscillano tra queste due diverse aspirazioni per catturare quanti più consensi possibile. E i Grünen forse sono stati vittime di questa resistenza al cambiamento.  

 

Elezioni Germania, il programma dei Verdi 

 

C’è stato un momento la scorsa primavera nel quale il partito aveva quasi agganciato la Cdu (allora in ascesa dopo la pandemia) come primo raggruppamento nei sondaggi e la stampa nazionale e internazionale prospettava addirittura la possibilità che la sua guida, Annalena Baerbock, finisse per sedere sulla poltrona che era stata di Angela Merkel consolidando la tradizione di una donna al comando del paese. Qualche giornale parlava di lei addirittura come una mini Merkel. Avvicinandosi alla data del voto e inasprendosi la campagna elettorale, i Verdi hanno cominciato però a perdere consensi e oggi vengono accreditati di un risultato non superiore al 15 per cento. Di questa flessione sono in parte responsabili i suoi dirigenti. In un paese che pullula di spietati controllori di curricula è emerso che Annalena Baerbock aveva gonfiato il suo e aveva in parte copiato il suo instant book, “Ora, come innoviamo il nostro paese”. Ma la verità è che i concorrenti hanno schiacciato l’immagine del partito sulla vecchia reputazione di Verbotspartei, partito dei divieti, avventurista e immaturo. Armin Laschet ha accusato i Grünen di essere figli della vecchia sinistra redistributiva e statalista, Olaf Scholz di perseguire una politica fiscale basata sugli sprechi. Il presidente degli industriali siderurgici ha parlato di socialismo. Nel mirino è finita soprattutto la loro proposta di introdurre una tassa di 60 euro per ogni tonnellata di inquinamento da anidride carbonica rilasciata dai combustibili fossili. Secondo i rappresentanti delle imprese la misura deprimerebbe la crescita e danneggerebbe soprattutto i ceti meno abbienti. Viceversa la Baerbock accusa gli industriali dell’auto di essere rimasti fermi al diesel mentre il futuro è nei sistemi di alimentazione non inquinanti. 

A giugno il congresso del partito ha approvato il manifesto programmatico. L’obiettivo indicato dal documento è la creazione di una economia di mercato sociale ed ecologista. Lo slogan è efficace. L’economia sociale di mercato è il modello ordoliberale che sta dietro al boom economico tedesco del Dopoguerra. Prevede un intervento dello stato per temperare gli spiriti animali del capitalismo. L’aggiunta dell’aggettivo ecologista alla formula coniuga tradizione ed innovazione. Secondo i Grünen l’economia sociale di mercato appartiene al secolo scorso e non può più funzionare senza una riforma che passi attraverso la transizione ecologica, cioè senza un riorientamento della produzione al risparmio energetico. I capitoli di questa riforma sono vari. Lo stato dovrà investire 500 miliardi nelle infrastrutture nei prossimi dieci anni e ciò richiederà la rimozione del tetto all’indebitamento che Cdu e Spd chiedono di mantenere. Il modello è quello del piano finanziato a debito di investimenti in infrastrutture di Joe Biden. Il manifesto non si pronuncia sul destino del Ngeu, se cioè il debito comune cui si è fatto ricorso per aiutare i paesi membri ad affrontare la crisi causata dalla pandemia da eccezione debba diventare regola, ma afferma che una moneta comune richiede un bilancio comune. Un progetto, questo, che se realizzato sarebbe musica per le orecchie di Mario Draghi. Altrettanto nette e innovative sono anche le idee sul ruolo geopolitico dell’Europa. Non dovrebbero essere solo gli interessi ma anche i valori, dicono i Verdi, a guidare i rapporti della Germania e dell’Unione verso paesi come la Cina e la Russia. Analogamente è scettica la posizione sul gasdotto Nord Stream difeso senza riserve da Angela Merkel negli ultimi anni. Forse i quarantenni dirigenti dei Grünen hanno messo troppa carne al fuoco. Forse no. Forse il Paese non è maturo per quella che loro hanno chiamato una “rivoluzione di velluto”. 

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