Il Valle riaperto, secondo Francesco Siciliano

“Non un lusso, ma funzione pubblica”. Forse il punto è tutto lì. Nella capacità di aver riaperto e di riaprire porte rimaste chiuse troppo a lungo, materialmente, simbolicamente ed emotivamente 

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Il sindaco Roberto Gualtieri, Francesco Siciliano e Luca De Fusco al cantiere per il restauro del Teatro Valle. Foto LaPresse

Roma. Oltre 90 titoli, 22 produzioni e coproduzioni, 50 ospitalità, circa 20 spettacoli dedicati alle nuove generazioni disseminati in quattro teatri: Argentina, India, Torlonia e soprattutto al Valle, chiuso dal 2010, che riaprirà il 16 ottobre con La sera della prima: Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle, affidato a Francesco Piccolo. Francesco Siciliano, presidente della Fondazione Teatro di Roma, aveva 22 anni la prima volta in cui salì (da attore) su quel palco. “Oggi l’adrenalina è la stessa e quello che presentiamo è uno spettacolo di tutto il teatro”, dice al Foglio, osservando la nuova stagione come si guarda un edificio finalmente rimesso in piedi dopo anni di cantiere politico, amministrativo e sentimentale. Non parla da burocrate culturale, categoria che a Roma produce più macerie che stagioni, ma come uno che giustamente rivendica di avere attraversato la tempesta senza trasformarsi in curatore fallimentare della nostalgia capitolina. “Quando siamo arrivati, c’era una situazione molto conflittuale e turbolenta, ma quella frattura si è ricomposta rapidamente”. Siciliano, alla fine del suo mandato, racconta questi tre anni come un lavoro di ricucitura più che di rivoluzione. La parola che usa di più non è “innovazione” – termine ormai prostituito dai festival – ma “collaborazione”, “che è stata molto forte e produttiva sia con Luca De Fusco (direttore artistico del Teatro di Roma, ndr), sia con il comune e la regione”. “Il fatto davvero politico è stato convincere le istituzioni che il teatro non fosse un lusso ornamentale, ma una funzione pubblica essenziale. Il risultato è stato un aumento delle contribuzioni – il budget della Fondazione è passato da 12 a quasi 20 milioni di euro –, la stabilizzazione dei lavoratori e le sale piene. La domanda vera è quanta gente sia tornata a teatro e infatti il punto qui non è il cartellone, ma il traffico umano, la fila, l’abitudine ricostruita e il rito civile dopo la pandemia”.
Siciliano ci parla del Valle senza mitologia resistenziale, senza alcuna liturgia dell’occupazione elevata a culto permanente della sinistra romana, anzi. “Il rischio – dice – era trasformare quel teatro in un mausoleo ideologico frequentato da reduci della nostalgia culturale. Roma, però, non ha bisogno di simboli imbalsamati, ma di sipari che si aprano ogni sera”. Il Valle, la “Casa della drammaturgia contemporanea” – come è stato definito – serve dunque solo se produce vita nuova e non commemorazione. C’è qualcosa di molto romano e insieme antiromano nel modo in cui Siciliano descrive il Teatro di Roma. Romano perché tutto passa attraverso relazioni, attriti, mediazioni. Antiromano perché rivendica efficienza, continuità e struttura.
“Oggi siamo una realtà solida, aperta e coraggiosa. Il pubblico esiste davvero, giovani compresi”, ed è giovanissima Lea Giamattei, la neo direttrice junior under 35 della Fondazione Teatro di Roma. “Vedere le nuove generazioni affollare i palcoscenici ci conferma che lo spettacolo dal vivo è tornato centrale”, aggiunge il presidente, arrivando poi al capitolo femminile, un tema su cui evita accuratamente la liturgia contemporanea delle quote trasformate in santino morale. “Non ho mai pensato alle quote rosa. Un programma così viene da sé. Si cerca il calore e la qualità. Gli artisti entrano qui perché sono bravi”. Una posizione che nel clima culturale attuale suona quasi eversiva, ma nella nuova stagione le registe e le artiste sono ovunque: da Emma Dante – che si è appena trasferita a Roma, a Silvia Costa, Daria Deflorian, Lucia Rocco, Lea Giamattei e molte altre ed altri, da Alessandro Gassmann allo stesso Luca De Fusco che inaugurerà l’Argentina con “Otello”, da Masimo Propolizio a Valerio Binasco, Piero Maccarinelli, Roberto Andò e Stefano Massini. Tanti appuntamenti che testimoniano, come conclude Siciliano, “che il teatro italiano è più vivo che mai”. Forse il punto è tutto lì. Nella capacità di aver riaperto e di riaprire porte rimaste chiuse troppo a lungo, materialmente, simbolicamente ed emotivamente. “Evviva!”.