Stefano Petrocchi: “La sfida dello Strega alla narrativa dell’algoritmo”

Dalla prima urna di cartone alle sfide dell’AI. Gli 80 anni del premio simbolo della narrativa italiana, che celebra la sua storia e guarda al futuro: tra memoria repubblicana e nuove tecnologie, la sfida è difendere l’autore e la complessità

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28 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 07:08 PM
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Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci. Courtesy of Fondazione Maria e Goffredo Bellonci/MUSA

Compie ottant’anni e vuole dimostrarli tutti il Premio Strega, perché rivendica la nascita con l’Italia repubblicana di cui ha testimoniato vicende e cambiamenti. Nell’anno della doppia celebrazione (è anche il quarantennale della scomparsa di Maria Bellonci), il premio letterario più ambìto d’Italia si prepara a sfidare i mutamenti prospettati all’orizzonte della narrativa dalle ultime tecnologie.
Stefano Petrocchi è la memoria storica della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, dove lavora da quasi trent’anni e di cui è direttore dal 2013. Conosce ogni meandro della casa museo romana che accoglie dal 1951 gli “Amici della domenica” e raccoglie gli archivi del Premio, da quello che sancì la vittoria di Ennio Flaiano con “Tempo di uccidere” nel 1947.

Il primo aprile sarà annunciata la dozzina selezionata per quest’anno, il 29 aprile s’inaugurerà una mostra al Museo d’arte contemporanea di Roma sulla storia del Premio, l’8 luglio la serata finale si terrà in Campidoglio. L’ottantesima edizione rimarca il legame fra lo Strega e la città.
C’è senz’altro una ragione oggettiva, perché sia i coniugi Bellonci sia Guido Alberti, produttore del liquore Strega, vivevano a Roma. Il Premio restituì alla capitale una centralità culturale fiorita da quell’istituzione del tutto informale che furono i salotti letterari, non soltanto dei Bellonci. Nel dopoguerra i salotti divennero vere e proprie strutture di elaborazione frequentate dalle migliori menti e si saldarono alla fertilità creativa che a Roma prosperava in tutti i campi, dal cinema alle arti visive. Però il connubio con la capitale è anche il riflesso dell’Italia repubblicana: lo Strega nacque assieme a lei e ne recepì lo spirito di democratizzazione. Apriva la società letteraria al grande pubblico, alle donne che votavano per la prima volta, al dialogo con la vita civile. Non a caso nel 2026, che è anche l’ottantesimo anniversario dell’Assemblea costituente, abbiamo promosso un ciclo di “Dialoghi sulla Costituzione”.

C’è un oggetto di Casa Bellonci che simboleggia questo spirito?
La prima urna utilizzata per il voto: una semplice scatola di cartone, con la fessura per infilare le schede, decorata da un disegno di Mino Maccari. Un oggetto povero, che rimanda all’Italia appena uscita dalla guerra ma vitale. Maccari raffigurò la strega con le ali di pipistrello, piuttosto demoniaca, e quell’oggetto emana vibrazioni forti come tutte le testimonianze di cui è piena la casa, dove avverti quasi la presenza fisica di chi vi abitò. Sul Premio ha sempre aleggiato quest’aura magica: certe volte, scherzando sugli intrecci di particolari coincidenze, ci diciamo che in fondo non portiamo il nome Strega a caso.

Anche per le polemiche che suscita.
C’è un genere giornalistico letterario: quello dell’articolo scritto il giorno dopo da qualche autore che non ha vinto o è rimasto escluso dalla cinquina. A caldo dichiara anche cose sgradevoli, ma fanno capire quanto sia importante lo Strega.

La polemica più divertente?
Nel 2015. Quando Elena Ferrante accettò pubblicamente la proposta di candidatura di Saviano ma paragonò lo Strega a un tavolo dalle “gambe divorate dai tarli”. Capii che chiunque fosse era stata qui: avevamo davvero, nella sala principale, un tavolo tarlato. Vorrei dirle che lo abbiamo messo a posto.

Nell’albo d’oro del Premio ci sono libri durevoli e dimenticati. Questo è il sessantenario, per esempio, di “Una spirale di nebbia” di Prisco. Oggi un testo così si fa fatica a leggerlo.
Ci sono autori che risultano particolarmente invecchiati come lingua e come concezione del romanzo, ma c’è anche un problema generale: la disabitudine dei lettori alla complessità sintattica, probabilmente per eccesso di dimestichezza con la scrittura online che richiede meno impegno nella decodifica del testo. Quando ho proposto in qualche corso universitario la prima pagina di “Ferito a morte” di La Capria, gli studenti faticavano a orientarsi e a fruirla nella sua bellezza. Forse il mondo della scuola dovrebbe rifletterci.

Lo Strega ha premiato grandi libri, dal “Gattopardo” postumo a “Il nome della rosa”, ma altrettanti non ne ha intercettati.
È emblematico quanto accadde negli anni Settanta, un’epoca poco felice per tutti i premi letterari: non colsero D’Arrigo né “La Storia” di Morante, non “Porci con le ali” né i romanzi di Oriana Fallaci. Si premiavano invece ottimi autori ma a fine carriera: quando accade troppo spesso in poco tempo è sintomo di un momento critico. Vuol dire che la letteratura sta andando altrove. Nell’81 la vittoria di Eco segnò il riallineamento, la ripartenza di un circolo virtuoso.

Cosa bisognerebbe intercettare adesso?
Ora è diverso: c’è la tendenza a costruire narrazioni mettendo insieme pezzi e personaggi, magari riferiti a un’epoca storica, con un assemblaggio che asseconda il gusto medio e in cui la lingua è semplice veicolo di narrazione. È una narrativa dell’algoritmo, che si può realizzare con l’Intelligenza artificiale. Temo che fra poco avremo molti libri così, dove il lettore incontra solo se stesso sulla base del suo gusto; dove non c’è più l’autore coi suoi elementi di dissonanza e d’imprevisto che a chi legge, come diceva Eco, fanno vivere più vite. Noi e gli altri grandi premi letterari, in Italia e all’estero, fronteggiamo la sfida per evitare la smaterializzazione della letteratura e degli autori. Ottant’anni fa lo Strega diede un volto a tutto tondo e una tribuna a quei nomi stampati in copertina. Ora più che mai deve continuare a farlo.