Addio a Paolo Isotta, amico scontroso e ironico della ditta fogliante
Spavaldo teppista dell’arte suprema e censore brutale di ignoranza e stupidità in cui la faziosità era sentimentalismo

Solo, ma nella sua casa con le porte di lacca cinese e la postazione dello scrivano sospesa sul grande ambiente librario e mondano, il suo orgoglio o la sua anima territoriale con la vista di Capri e la salsa alla genovese, Paolo Isotta è morto ieri di schianto, precisamente come aveva vissuto, insegnato, scritto, provocato, amato, odiato o disprezzato. Il critico musicale, poi musicista e sopra tutto scrittore, era un amico scontroso e ironico della ditta fogliante e frondista, almeno finché non diventò la casa del suo forse più intimo nemico, il grande musicologo Mario Bortolotto. Era uno di quei fascisti immaginari e vocazionali, nati fuori del proprio tempo, che hanno sfondato il muro intransigente eretto dalla gente perbene, e sono penetrati nell’establishment della cultura per vivificarlo, differenziarlo, vituperarlo, sbeffeggiarlo e subirne l’animosità e il rigetto impotente.
Era la quintessenza dello spirito polemico il più intollerante. A chi non amava il “Rienzi” wagneriano rispondeva tranquillo: “Non sei all’altezza”. La sua non era una litigiosità d’ambiente, era una ambizione superbamente aggressiva, figlia di cultura, erudizione, talento e perspicacia poetica, in musica e altrove. La faziosità in Isotta era sentimentalismo, l’inimicizia il risvolto naturale del suo opposto, l’amicizia virile. Spesso confondeva le due, il suo veleno e il suo calore umano ne soffrivano allo stesso titolo. A un giovane scrittore wagneriano con cui aveva fatto baruffa, in una meravigliosa lettera al Foglio, proibì tassativamente di parlare della “morte di Isotta”, appellandosi tra l’altro alla religione di san Gennaro, e spiegò ai lettori che Isotta non esiste, esiste Isolde e solo Isolde, specie nell’accordo del Tristano e nel Liebestod. Amava la musica, era della più sensuale scuola napoletana, qualunque cosa questo voglia dire, adorava Virgilio e si dilettava a vivere con una generosa passione colta per gli animali, specie i bassotti che sono animali per modo di dire, diceva la sua devozione al sesso estremo, alla cocaina e alle “recchie”. Era la malizia incarnata, e Cesare De Michelis per la sua Marsilio intuì la serena grandezza del suo autobiografismo donandogli e donandoci il successo magistrale de “La virtù dell’elefante”, libro unico e capolavoro letterario destinato a lunga vita.
Paolo Isotta ha inseminato l’esistenza dei suoi difetti, delle sue ire spesso sconclusionate, del suo cattivo carattere, del suo temperamento manesco, e per questo non poteva che essere caro, sebbene indisponente, agli amici ribaldi e insofferenti. Ma quando inviava i suoi testi più esplosivi, per avere un parere, e in genere nella comunicazione elettronica, si firmava Kurwenal, il servitore go between che annunciò baritonalmente a Tristan l’arrivo di Isolde, un mediatore di bellezza e d’amore. Spavaldo teppista dell’arte suprema, quella che per Dante s’ascolta e non si intende, Paolo Isotta era un cristiano di fede e superstizione, un censore brutale di ignoranza e stupidità, un fazioso inveterato inaccessibile a ogni pappa del cuore, un buonuomo di genio curioso degli altri, fino a sconfinare ogni volta nella passione e inevitabilmente nel dolore.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.




