Film, riviste e pure cocktail. Così i sauditi vanno alla conquista di Cannes

Dalla tardiva riapertura delle sale nel loro paese, adesso i sauditi stanno cercando di risalire la china molto rapidamente. Quest'anno hanno investito 180 milioni di dollari attraverso diverse fondazioni nel Festival in Costa azzurra
1 GIU 23
Ultimo aggiornamento: 04:00
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frame dal film "Four Daughters", presentato all'ultimo Festival di Cannes

"A Billion Dollar Opportunity”. Occasione allettante, per la gente del cinema sempre a caccia di finanziamenti. Valeva lo sforzo di presentarsi all’ora del breakfast – si sa che il numero di ore dormite in media dai buyer e dai produttori che affollano il Marché du Film è inferiore alle cinque per notte (dato fornito da una rivista specializzata qualche anno fa, non Si vedono segnali di cambiamento). Un breakfast, ebbene sì. Il calendario di appuntamenti a Cannes è affollato. E a invitare era l’Arabia Saudita, paese che immancabilmente ricorda la sintesi di Alberto Arbasino: “Niente alcool al bar, niente acqua nelle piscine” (ora che esistono i burkini, forse le vasche sono di nuovo balneabili).
I frequentatori di festival, e qualche spettatore, ricordano un film del 2012 intitolato “La bicicletta verde” di Haifa al Mansour. Primo film girato da una donna in Arabia Saudita, quando nel paese non esistevano i cinema dove vederlo: erano stati chiusi nel 1983, e sono stati riaperti solo nel 2018. Primo film in cartellone: “Black Panther” di Ryan Coogler con Chadwick Boseman. Molto rapidamente i sauditi stanno cercando di risalire la china. A Cannes non c’erano soltanto 180 milioni di dollari da investire – al miliardo si arriverà con gli anni. Era in parte finanziato dalla Red Sea Film Foundation il film d’apertura, “Jeanne du Barry” diretto da Maïwenn, attrice e regista franco-algerina. Scandaloso agli occhi del “woke people” internazionale perché Johnny Depp, (reduce assieme all’ex consorte Amber Heard da un clamoroso processo per violenze coniugali) era rimpannucciato e imparruccato da Luigi XV. I sauditi non hanno avuto niente da ridire, né sul nudo né sulla concubina, e sono entrati in un parco finanziatori piuttosto nutrito.
Un altro film in concorso a Cannes in parte finanziato dalla Red Sea Film Festival Foundation (ha più o meno gli stessi obiettivi dell’altra e quasi omonima fondazione, questa però organizza anche il Red Sea Film Festival, inaugurato del 2019) era “Four Daughters”. Semi-documentario girato dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, titolo originale “Les Filles d’Olfa”: racconta una madre di quattro figlie, immigrata in Francia dove lavora come donna delle pulizie. Vita di stenti, e nessuna integrazione con gli indigeni. Un giorno due figlie spariscono: si sono radicalizzate e in Libia si sono arruolate nell’Isis (ora stanno in carcere, e lì probabilmente resteranno per molti anni ancora).
L’Arabia Saudita ha comprato qualche copertina dei “daily” che vengono pubblicati a Cannes, versione quotidiana di riviste come Variety, The Hollywood Reporter o Screen International (che naturalmente compensano con articoli e sezioni speciali dedicati all’Arabia Saudita, ai progetti in corso, al 40 per cento di cashback – spendi cento, e in vari modi ti restituisco una parte del budget, per esempio con lo sconto sulle tasse. Così del resto funzionano le film commission, e il modello di finanziamento francese che tutti invidiano – tranne le registe come Justine Triet che ne godono, vincono la Palma d’oro a Cannes, e poi denunciano “la morte dell’eccezione culturale”. Ha un ruolo importante nella volontà di creare un mercato locale per il cinema – e ancor di più di rendersi culturalmente presentabili agli occhi dell’occidente (non abbiamo dimenticato l’omicidio di Jamal Kashoggi, i diritti umani, i dissidenti in galera) – il progetto Neom. Un progetto da 500 miliardi su un pezzo di costa grande come il Belgio. I videogiochi li stanno già esportando: il modello coreano del soft power ha i suoi imitatori. E i sauditi si sono spinti fino a organizzare un cocktail con DJ.