Alieni a Cannes. Due registi difendono Israele e a raccontano il martirio di Samuel Paty

László Nemes denuncia “un’orgia assoluta e sfacciata di antisemitismo”, mentre Vincent Garenq porta a Cannes il martirio di un professore ucciso per aver difeso la libertà d’espressione. Due registi fuori dal coro, in un cinema dove conviene parlare solo nel verso giusto

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20 MAY 26
Immagine di Alieni a Cannes. Due registi difendono Israele e a raccontano il martirio di Samuel Paty

László Nemes a Cannes (foto Getty Images)

László Nemes è a Cannes per presentare il suo film su Jean Moulin, eroe della Resistenza francese. “Il figlio di Saul” ha lanciato Nemes: un giorno e mezzo nella vita di un sonderkommando, uno degli schiavi di Auschwitz costretti a svuotare le camere a gas dai cadaveri dei loro stessi correligionari ebrei e gettarli nei forni. E subito riconosciuto come uno dei più grandi film mai realizzati sull’Olocausto. “Il figlio di Saul” ha vinto tutti i premi possibili, compreso l’Oscar per il miglior film straniero. Al Guardian che gli chiede come pensa che “Il figlio di Saul” verrebbe accolto se uscisse oggi, Nemes risponde: “Non credo nemmeno che entrerebbe nella shortlist degli Oscar. Nessuno lo toccherebbe nemmeno con un palo di tre metri”. Nemes pensa che sia per questo che il suo nuovo film “Orphan” non ha trovato un distributore negli Stati Uniti e che “è stato ignorato a Venezia”.
“C’è un’orgia di antisemitismo, un’orgia assoluta e sfacciata di antisemitismo che sta invadendo l’occidente”, dice Nemes. “E’ una regressione antiumanista. E poiché non è identificata come tale, credo che sia molto efficace nel diffondersi. L’ebreo è sempre stato visto come una sorta di nemico interno e ora l’idea dell’ebreo come nemico interno dell’occidente ha raggiunto le dimensioni di prima della presa del potere da parte del nazismo”. Pensa davvero che sia a quel livello? “Ci sta arrivando”.
Nemes parla poi di Gaza e degli attori, tutti schierati contro Israele. “Se avessero a cuore le persone di questa regione, si sarebbero ribellati contro chi le governa con un culto della morte totalitario che sta uccidendo la propria popolazione a livelli senza precedenti”. Parla di Hamas. “E’ un’ideologia jihadista globalista, che punta soprattutto a uccidere gli ebrei”. Parla delle difficoltà a trovare una distribuzione per “Orphan” e di come “la gente mi chieda di Gaza invece che del film. Mi chiedono se ho firmato questa o quella petizione. E’ stancante sentire la superclasse di Hollywood farci la predica dalle loro piscine e ville di lusso nella Valley e sulle colline di Hollywood. Devo ascoltare milionari che fanno la morale al mondo? E’ un movimento a pieno regime verso l’idiozia e l’autodistruzione intellettuale. Non credo di essere l’unico a pensarla così.  Ma le persone sono troppo codarde per parlarne”.
Il regista Vincent Garenq di certo codardo non lo è. Ma era necessario che Garenq adattasse al cinema l’assassinio di Samuel Paty, il professore ucciso dall’islamista ceceno Abdoullakh Anzorov fuori dalla sua scuola media? La domanda è posta seriamente da una parte della stampa in occasione dell’uscita a Cannes di “L’Abandon”, diretto da Vincent Garenq, e fuori programma a Cannes. “Difficile non vedere una forma di opportunismo e di sensazionalismo imbarazzante in questa messa in immagini delle ultime ore di Samuel Paty”, scrive l’HuffPost. Lo streamer Grimkujow, che conta 225 mila follower su Instagram, si lancia in una diatriba virulenta contro un film “cattivo e pericoloso”. Libération si preoccupa del rischio di “sfruttamento, in particolare a destra e all’estrema destra, sempre pronte a brandire la minaccia del separatismo identitario, non appena si ripropongono sotto una forma parossistica le incomprensioni teoriche intorno alla questione della blasfemia e degli imperativi della laicità”. Secondo l’Humanité, “lascia un senso di inquietudine, suscitando timori di stigmatizzazione”.
L’islamogoscismo non delude mai. Sgozzato al grido di “Allahu Akbar” il 16 ottobre 2020 a Conflans-Sainte-Honorine per aver mostrato delle caricature di Charlie Hebdo durante una lezione sulla libertà d’espressione, Paty è diventato, sei anni dopo, oggetto di un secondo abbandono. Il primo, ancora prima della sua morte, avvenne da parte della sua gerarchia scolastica, nel silenzio e nell’ostilità dei colleghi, con la campagna scatenata contro di lui sui social dopo la denuncia mendace di un genitore di una alunna, rilanciata da un militante islamista. Il secondo abbandono si legge tra le righe, cioè l’idea che un film su un professore assassinato da un islamista sarebbe di per sé una stigmatizzazione dei musulmani. Quando si tratta di islamismo, bisogna parlare di islamofobia. Il morto assassinato deve avere questa utilità. E se non ce l’ha, è un problema. A parte Nemes e Garenq, quanti altri, a Hollywood, a Cannes e a Venezia, stanno zitti per paura di perdere contratti e red carpet? Basta invece una spilla pro Flotilla per diventare indispensabili.

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