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di Guido Vitiello

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L’antisemitismo è tornato a essere senso comune

Dopo le polemiche sulla copertina dell'Espresso, giornalisti, scrittori e intellettuali l'hanno difesa dicendo che la foto scelta vale più di mille parole. Ma un'immagine non parla mai da sola

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14 APR 26
Immagine di L’antisemitismo è tornato a essere senso comune

Emilio Carelli, direttore dell'Espresso. Foto LaPresse

A dieci anni dalla morte di Umberto Eco, forse è il caso di tornare nella Sierra Maestra e riorganizzare la “guerriglia semiologica”. Non entro nei particolari della copertina dell’Espresso accusata di antisemitismo: il lettore potrà cercarsi la foto, leggere il testo di accompagnamento e farsi un’idea senza passare per la mia descrizione. La cosa preoccupante sono gli argomenti in difesa dell’Espresso scelti da giornalisti, scrittori, intellettuali. Questi argomenti sono essenzialmente tre: primo, la foto è autentica, non è manipolata con l’intelligenza artificiale, quindi non può essere accusata di antisemitismo (insomma, non è una vignetta o un fotomontaggio); secondo, la foto è efficace perché è eloquente, dice da sola più di mille parole; terzo, la foto non fa che rappresentare icasticamente la realtà dell’occupazione. Ebbene, tutto questo è la prova che mezzo secolo di Dams, di semiotica militante, di studi sui media e sulla cultura visuale non ci hanno insegnato assolutamente nulla.
Un’immagine non parla mai da sola. Quando sembra farlo è perché si porta dentro, come una marionetta di ventriloquo, un’interpretazione preformata, è perché veicola un’iconografia che la precede e le conferisce senso, è perché fa rima con gli schemi interpretativi preesistenti di chi la guarda. Vale anche per le immagini “iconiche” del fotogiornalismo – la bambina vietnamita dopo l’attacco al napalm, i marines che issano la bandiera a Iwo Jima. Un grande studioso del tema, l’americano David D. Perlmutter, in un libro che faremmo bene a portarci nella Sierra Maestra (Photojournalism and foreign policy, 1998) si è dedicato proprio a queste foto, e ha descritto i meccanismi per cui un’immagine può diventare “metonimia” di un intero conflitto. La sua formula è believing is seeing. Non già vedere per credere, ma credere per vedere: un’immagine parla da sola perché il nostro pregiudizio sa cosa farle dire. E la buona fede non vale da attenuante, al contrario: se la copertina dell’Espresso sembra così “autentica”, vuol dire solo che l’antisemitismo è tornato a essere senso comune. 

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