Cristian Mungiu sfidò l’indifferenza morale sull’aborto, ora ci delizia con le famiglie nel bosco

Nel nuovo film del regista rumeno, “Fiordo”, torna la sua inquietudine morale: dopo l’aborto clandestino di “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, mette in scena la persecuzione di una famiglia nel Nord Europa, travolta dal moralismo burocratico dello stato progressista. Un racconto profetico sulla deriva ideologica dei diritti e sull’ipocrisia del potere che preferisce archiviare l’inquietudine piuttosto che affrontarla

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21 MAY 26
Immagine di Cristian Mungiu sfidò l’indifferenza morale sull’aborto, ora ci delizia con le famiglie nel bosco

Foto Epa via Ansa

Nel 2007, quasi venti anni fa, sbarcava a Cannes un film del nuovo cinema rumeno, firmato e girato da Cristian Mungiu. Il titolo è “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”. Racconta l’aborto clandestino in Romania prima della caduta di Ceausescu. L’amica della ragazza che abortisce la sua creatura è la vera protagonista di questo racconto all’insegna, come dice il Monde, dell’inquietudine morale. Osserva, solidarizza, condivide il dolore e capisce che qualcosa di importante va per storto in tutta la storia. Il dramma è insieme intimista e universale, la critica progressista è un po’ offesa perché l’accento non è abbastanza boniniano o aspesiano, sororale per dir così, e il fuoco non riguarda la clandestinità orrenda dell’interruzione di gravidanza ai tempi del proibizionismo. Siamo nell’anno che precede la nostra sfortunata campagna per la moratoria sugli aborti, nata in opposizione al cinismo buonista della moratoria per la pena di morte, collegata culturalmente (le guerre culturali) all’imminente dispiegamento dell’aborto come diritto universale e magari costituzionale (che tempismo, il fogliuzzo). L’anno dopo uscirà in America e in Europa “Juno”, il grande manifesto del rifiuto di abortire, che proiettammo a Roma nell’ultimo comizio. Ma la parata è pronta. L’imbarazzo prewoke si sistema facilmente: nel 2007 premiando il film di Mungiu con la Palma d’oro e rubricandolo come un documento sulla cattiveria di Ceausescu e della clandestinità abortiva, così togliendosi dalle palle ogni tipo di vera inquietudine morale. L’anno dopo, a campagna italiana dispiegata, semplicemente negando che “Juno” fosse quel manifesto che era (il negazionismo di Aspesi è indimenticabile).
Ci risiamo. Siccome Mungiu è un autore a suo modo profetico, con una sensibilità etica spiccata, presenta a Cannes con un bel senso del tempo un film sulla Famiglia nel bosco. Sì, proprio. Il film si chiama “Fiordo”, il chietino e la sua campagna non c’entrano. Ma la storia è la stessa. Al posto dei funghi intossicanti, indecente pretesto per la persecuzione dei figli dei coniugi Trevallion e dei loro genitori angloaustraliani, ci sono delle ecchimosi sulla pelle dei bambini di questa famiglia rumeno-norvegese installata in un piccolo paesino di un fiordo, l’indagine scolastica parte fulminea e di lì in avanti, di lì in giù, sempre più giù, lo stato progressista, con i suoi maledetti e benedetti servizi sociali per l’infanzia, con le sue leggi, le sue sordità totali, le sue pretese ideologiche, il suo intimo totalitarismo morale, la sua cultura psicologica di serie B, i suoi pregiudizi, travolge la famiglia con le procedure che i lettori dei giornali italiani conoscono bene nel caso dei bambini del bosco.
Siamo in Norvegia, Scandinavia, dunque non c’è Vincenzo De Luca, una volta mascotte della nostra allegria beffarda, che augura tre anni di galera a genitori rei di non educare i figli come lui ha educato i suoi. Ma l’intimo totalitarismo dello stato progressista colpisce con altrettanta e accanita mania ideale e pratica, con altrettanto non-senso delle procedure, con lo stesso linguaggio della burocrazia parastatale, gli innocenti del fiordo, piccoli e adulti. Cannes ormai non serve più a niente, tranne le firme abbondanti contro quel gangster politico di Vincent Bolloré, il red carpet sempre più banale, l’esibizionismo da Croisette (basta leggere Mancuso per capirlo). Ma gli è capitato, perché i francesi hanno sulla testa la mano fortunata della Marianna in marcia, un altro racconto profetico sulla vertiginosa altezza ideologica dei nostri tempi, e qui Ceausescu c’entra poco, e sulla loro bassezza moralmente inquietante. Forse gli daranno un’altra Palma d’oro e lo metteranno in archivio come fecero per l’aborto.