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Almódovar non ha mai vinto, ma il film più bello è il suo
Esce oggi nelle sale italiane, con il titolo originale e una partenza degna del miglior Pedro. Un regista incriccato racconta una regista che ritrova la scioltezza. Seguono complicazioni
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21 MAY 26

Foto LaPresse
“Lo scrittore deve avere una scheggia di ghiaccio nel cuore”. Parola di Graham Greene, garantita dai suoi meravigliosi romanzi non invecchiati di un giorno. Siamo noi ad aver perso la voglia di leggere. Ahimé, non quella di scrivere: un’epidemia senza vaccino.
Da Pedro Almódovar, di anni 76 – la madre scriveva e leggeva lettere per i compaesani analfabeti – arriva il film più bello e audace. Da far arrossire i vincitori di Palme d’oro negli anni recenti – lui non ne ha mai avuta una – e già sul viale del tramonto. O del manierismo, che è più o meno lo stesso. Quando non sono abbagliati per il successo inatteso, e poi vanno a sbattere.
“Amarga Navidad” sta per “crudele natale”. Sono parole di una canzone. Il titolo internazionale è “Autofiction”, rovinando tutte le sorprese del film – e tra l’altro smentito dalla scena finale. Lo scrittore messo in crisi dalla persona a cui si era ispirato – la fedele assistente gli si rivolta contro, accusandolo di speculare sul dolore degli altri – riapre il file finito, cancella la parola “Fine” e cambia l’intreccio del romanzo. La scheggia di ghiaccio nel cuore c’è, accanto all’invenzione.
Esce oggi nelle sale italiane, con il titolo originale e una partenza degna del miglior Almódovar. Il regista Raul viene lasciato a sé stesso, per qualche settimana, dalla fedele assistente Monica. Sta scrivendo un copione ambientato nel 2004, protagonista Elsa, una regista “di culto” – sottinteso: senza pubblico, tranne pochi fedelissimi – che ora gira spot pubblicitari. Ha un amorevole fidanzato che fa lo spogliarellista, nei tempi liberi dal lavoro di pompiere. Lei soffre di emicranie, e si prende una vacanza alla Canarie, dove ricomincia a scrivere. Quindi: regista incriccato racconta una regista che ritrova la scioltezza. Seguono complicazioni, ma la narrazione ha ragioni che il cuore non conosce. Gli scrittori lo sanno. Se sono bravi.
Tra i molti film in concorso – ma se ne trovano quest’anno anche fuori dal concorso – che lasciano lo spettatore beffato, c’è “L’inconnue” di Arthur Harari. Se il nome non vi dice nulla: era lo sceneggiatore, assieme alla regista Justine Triet, della Palma d’oro 2023 “Anatomia di una caduta”. Impeccabile da ogni punto di vista: un mistero da svelare in un processo senza un attimo di noia.
Qui l’affare è di famiglia. Arthur Harari porta sullo schermo una graphic novel sua e del fratello Lucas. Hanno scritto insieme la sceneggiatura, assieme a Vincent Poymiro. Il terzo fratello Tom Harari ha lavorato al film come direttore della fotografia. Il protagonista è David, un fotografo che ripercorre le tracce ancora visibili della vecchia Parigi. Taciturno e poco socievole, finisce a una festa di capodanno, dove vede una donna che crede di aver già fotografato. Ed è subito sesso.
Fin qui, noioso ma tollerabile. Poi, bisogna leggere le istruzioni. L’amplesso ha migrato l’anima di lui nel corpo di lei, nel film infagottata e con la faccia tonda dopo una recente gravidanza che le ha lasciato qualche chilo di troppo. Il regista non sta indietro: infierisce con luci sgradevoli e mancanza di trucco. Ma neppure per un attimo il film pare sensato.
Chiedere a Julie Christie di “Victor Victoria”, regia di Blake Edwards, per una credibile performance di una donna che si finge un maschio che va in scena travestito da donna. Ma quello era spettacolo. Qui è filosofia alla francese, studio sui generi sessuali, intellettualismo in libertà. Peccato che Barbra Streisand non possa venire a Cannes per ritirare la sua Palma d’oro alla carriera: si è fatta male a un ginocchio. Lei sì che era credibile, come aspirante rabbino in “Yentl”.