Per gli invasati del culto dell’algoritmo i Big Data sono motore immobile ed eschaton. Sono un traduttore universale per articolare finalmente la teoria del tutto. Ne parlano con un’intonazione apocalittica, come se l’avvento del dato fosse un’apoteosi ineluttabile, da credere (e favorire, se necessario) con piglio dogmatico. E’ un articolo di fede basato su leggi indiscutibili, prima fra tutte la legge di Moore sull’incremento esponenziale dei transistor in un circuito integrato, vecchia nozione sulla quale generazioni di pensatori futurizzanti, transumanisti, estropiani, singolaritiani e altre specie ignote agli utenti meno esperti hanno costruito l’idea della singolarità, il punto in cui l’accelerazione tecnologica sfonderà la barriera della biologia.