Non è per uno scherzo dell’età che Donald Kagan parla con la stessa urgenza dell’annessione russa della Crimea (2014), del trattato di Versailles (1919), della caduta del Muro di Berlino (1989), della spedizione ateniese in Sicilia (415 a. C.), della fine della Seconda guerra mondiale (1945) e di altre vicende sparse nel tempo e nello spazio. L’occhio del classicista si spinge oltre l’orizzonte del contingente, fissandosi su quella che con un certo grado di compassione chiama la “condizione umana”, un meraviglioso e inquietante coacervo di elementi spuri mosso da interesse, potere, razionalità, passioni, volontà, tendenze virtuose e ricadute nel vizio, eternamente alla ricerca ed eternamente depistato.