L’indipendenza del Kurdistan passa da Roma

Per le sorti dei curdi, la Capitale è una città cruciale. Le triangolazioni diplomatiche in vista del referendum del prossimo 25 settembre 

L’indipendenza del Kurdistan passa da Roma

Una manifestazione a Roma nel 2015. Foto LaPresse/Vincenzo Livieri

Si è chiusa a giugno a Roma, nel Convento di Santa Maria sopra Minerva, alle spalle del Pantheon, la mostra di una collezione di manoscritti dal XIII al XIX secolo recuperati e salvati dall’archivio del convento domenicano di Mosul, cuore dell’Iraq conteso tra il Califfato è il governo di Baghdad. Oltre ottocento manoscritti che, alla vigilia dell’assedio della piana di Ninive del 2014 da parte del Daesh, erano stati messi in salvo a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, dal prete domenicano Najeeb Michaeel.

  

Una piccola testimonianza romana di come i curdi iracheni siano ormai da anni un avamposto di civiltà nello scacchiere della Mesopotamia: le opere d’arte salvate dalla furia iconoclasta degli islamisti si accompagnano alle migliaia di persone che da decenni trova riparo nel Kurdistan iracheno, prima per sfuggire al regime di Saddam e ora dall’Isis. O dalla Turchia, il paese che più osteggia l’ipotesi di un Kurdistan iracheno indipendente. Eppure, che Erdogan lo voglia o meno, il prossimo 25 settembre i curdi iracheni voteranno sullo status della propria terra.

  

Per le sorti del Kurdistan, Roma è una città cruciale. Per preparare il terreno a un futuro di piena sovranità, negli ultimi anni i curdi iracheni hanno iniziato ad aprire in giro per il mondo rappresentanze dei propri interessi regionali. A Roma la sede di via Carissimi, pieni Parioli, dove sventola orgoglioso il tricolore col sole simbolo curdo, fu inaugurata dal presidente Masoud Barzani nel 2010 ed è oggi retta dalla dottoressa Rezan Kader. Donna avvenente e sicura di sé, dai capelli mori ondulati è mai velati, un passato da rifugiata politica in Italia, scappò dall’Iraq di Saddam e venne qui per studiare medicina e fondare un’organizzazione di donne curde. Nel mondo curdo, e le mirabolanti immagini delle soldatesse anti-Isis ne sono una prova, le donne hanno un ruolo e una centralità sconosciuta in altre società islamiche.

  

Nell’Urbe la Kader sta tessendo una fitta trama di contatti con autorità nazionali, rappresentanze diplomatiche, società civile e la Santa Sede, in vista dell’escalation politica che monterà durante l’estate, all’avvicinarsi del referendum separatista. Non mancano al momento prese di posizione ostili all’indipendenza nella comunità internazionale: la Turchia ovviamente, ma anche la Russia e il Regno Unito. L’Italia può essere una leva importante perché l’Unione Europea abbia invece un approccio più favorevole o quanto meno interlocutorio, è questa la scommessa che fa il presidente Barzani. Nei prossimi mesi, sentiremo molto parlare di Rezan Kader nelle segreterie politiche romane.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    24 Luglio 2017 - 09:09

    Senz'altro favorevole. I curdi devono avere la loro patria. Sono un popolo millenario il cui territorio è diviso in quattro nazioni: Siria, Iraq, Turchia e Iran. La parte più cospicua è in Turchia (circa un terzo del territorio turco) ed è per questo che i governi turchi sono sempre stati aspri per non dire peggio nei loro confronti. Erdogan, poi li bombarda e li tratta come nemici. Se riuscissero ad avere l'indipendenza in un territorio, minore come estensione, nell'attuale Iraq sarebbe comunque una grande conquista.

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