La scissione che non c’è

Pd e Mdp, renziani e bersaniani. Sostengono lo stesso governo, litigano ancora (e si alleano pure)

La scissione che non c’è

Pier Luigi Bersani (foto LaPresse)

Roma. Un po’ lo dicono per sberleffo, con gusto polemico, o forse lo dicono per scaramanzia, certo con spirito contundente, chissà, eppure a circa un mese dalla scissione di Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, molti parlamentari del Pd quando incrociano i colleghi di Mdp sorridono, “ma questi quand’è che se ne vanno davvero?”. Ed è una battuta, ma anche no, perché i deputati e i senatori scissionisti non sono solo fisicamente negli stessi luoghi (il gruppo, le sezioni) del Pd, ma continuano a promettere senza alcun problema la fiducia al governo, e continuano a comportarsi da corrente critica, e di minoranza, del partito che pure hanno abbandonato. “Non fanno che parlare di noi. Sembra che partecipino pure al congresso”, diceva alcuni giorni fa Matteo Orfini, forse preoccupato, come Andrea Orlando, di un effetto che i giovani turchi stanno registrando nell’andamento elettorale all’interno dei circoli.

 

Dice infatti un sostenitore di Orlando, il principale sfidante di Renzi alla segreteria, uno molto attento alle dinamiche congressuali: “Temo sia passato il messaggio che Orlando sia il candidato di Bersani. Cosa che ovviamente non è. Ma un po’ viene percepito così. E infatti siamo un po’ sotto le stime, stiamo prendendo meno voti di quelli che era lecito aspettarsi”. Così, persino Nico Stumpo, uno degli alleati più leali di Bersani, attentissimo com’è a non straparlare mai, a non farsi sfuggire nulla, si fa scappare un sorriso quando in Transatlantico viene messo in mezzo, e spiritosamente qualcuno gli dice: “Dai, ammettilo, è la scissione più strana della storia della sinistra. State ancora lì. Non è cambiato niente. Con quelli del Pd continuate persino a insultarvi dalla mattina alla sera. E alle amministrative sarete alleati. Tutto all’incirca come prima”. E non è solo una sensazione, non è una questione estetica, o una battuta. Martedì i dirigenti di Mdp e quelli del Pd, alla Camera, hanno passato il pomeriggio a rimpallarsi – ancora! – le solite accuse sulla riforma elettorale, sul Mattarellum. E’ ancora il gioco di due mesi fa.

 

In commissione Affari costituzionali, martedì, il gruppo di Bersani, rappresentato da Alfredo D’Attorre, ha ritirato il suo appoggio a una riforma elettorale che reintegri il vecchio Mattarellum. “2013 No Mattarellum. 2015 Sì Mattarellum. 2017 No Mattarellum. Poi se uno parla della vostra faccia vi offendete”, ha scritto martedì su Twitter Roberto Giachetti, rievocando quel “faccia come il cu…” che nel corso di una delle ultime assemblee nazionali del Pd aveva dato il ritmo agli eventi che avrebbero portato alla separazione, una danza non sempre elegantissima, tuttavia godibile per gli spettatori disincantati (e scarsamente propensi al tifo) di questa commedia divorzista che va sotto il nome altisonante di scissione del Pd. Così anche gli avversari, non solo i Cinque stelle, ma anche quelli del centrodestra, colgono certi aspetti di continuità in questi rapporti dialettici, e viscerali, tra ex, tra “scissi”. E ovviamente ci si buttano a pesce, divertendosi, a modo loro. “La legge elettorale è in attesa del congresso del Partito democratico”, dice infatti, a un certo punto, Renato Brunetta, spargendo alla sua maniera polvere urticante tra le poltroncine del Transatlantico punteggiate di deputati del Pd.

 

Mentre Andrea Romano, condirettore renziano dell’Unità, quasi conferma l’idea che Bersani e compagni siano ancora un elemento in qualche modo attivo nelle dinamiche del congresso, seppur in negativo. “Mettiamola così, hanno trasformato Renzi nel vero capo della ditta”, dice Romano. Ovvero, come ha spiegato Orlando qualche giorno fa: dopo la scissione “il patriottismo di partito è scattato su Renzi”. E forse è vero, o forse no, è una malizia, ma di sicuro c’è che tra democratici ed ex democratici continua ad andare in scena lo stesso spettacolo di schermaglie, pizzicotti e calcetti sotto il tavolo che ha scandito la vita del Pd negli ultimi due anni, quel gioco millimetrico e logorante, pirotecnico e ripetitivo, con il quale Renzi e Bersani si sono reciprocamente garantiti l’avvelenamento della vita. E non è cambiato niente con la scissione, nemmeno la certezza che i destini delle due sinistre divorziate siano in realtà collegati.

 

“E’ chiaro che i nostri avversari sono le destre”, dice infatti Miguel Gotor, il più vivace e spigliato dei parlamentari di Mdp, “il punto di arrivo è un’alleanza, una coalizione del centrosinistra. A partire dalle prossime amministrative”, dice. Dunque con il Pd? “Con il Pd”. E allora perché la scissione? Anzi: ma quale scissione? Il governo è sempre quello, l’alleanza pure, e persino il reciproco, quasi antropologico fastidio personale è sempre quello di prima, nemmeno un po’ temperato da quella distanza che pure sempre, dopo un po’, si riconquista anche quando si consuma il più cruento dei divorzi. 

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