Il cambiamento non basta, Renzi doveva personalizzare di più

Gli italiani non amano mai il governo in carica, ma tra la giovane età del premier, la sua parlata toscana, i suoi momenti “alti” di retorica e il democristianismo delle sue decisioni, non hanno neanche un odio particolare. Pochi l’avrebbero cambiato

referendum costituzionale

Il comitato del No festeggia la vittoria al referendum (foto LaPresse)

Tre indizi rischiano di essere una prova: dopo Brexit e Trump, il referendum italiano. E se si considerano le amministrative di Torino e Roma, gli indizi diventano addirittura cinque. Nell’assoluta diversità di contesti una conclusione emerge: il popolo vota contro il partito unitario che ragiona in base al solo funzionamento economico della macchina di stato e che ha assorbito valori identici politicamente corretti. Il nostro (ex?) premier, che ha un istinto sopraffino per la comunicazione, lo aveva chiamato il partito della Nazione. E’ proprio questo progetto che ha perso in tutti e tre i casi, rivelandosi un progetto elitario, che la maggior parte del popolo respinge perché è preoccupata più del funzionamento dell’economia familiare che di quella di stato e perché è offesa dal costante disprezzo degli ideali e dei contesti per essa rilevanti, che siano l’isola inglese, l’organizzazione del proprio stato contro lo stato federale, i sindacati o la famiglia. Spero che i politologi di tutto il mondo studino questo fenomeno con attenzione. Ma anche la comunicazione ha qualcosa da dire al riguardo.

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Come comunicatore, infatti, il nostro premier – come Berlusconi prima di lui – è bravissimo. Tant’è che, se l’avessero lasciato fare, personalizzando il referendum come gli veniva naturale, forse avrebbe vinto o non avrebbe perso in modo così schiacciante. Infatti, per vincere o avrebbe dovuto sperare che nessuno, salvo i pochi addetti, si accorgesse dell’esistenza del referendum spostando l’attenzione su qualcosa d’altro fino agli ultimi 15 giorni o, cosa più consona al suo carattere, avrebbe dovuto trascinare a votare la gente che sente lontana e astratta la questione costituzionale. La politica è anche materia passionale e mentre chi ha votato No aveva una passione – mandare via Renzi – chi ha votato Sì poteva contare solo su freddi calcoli economico-politico-funzionali che non riescono normalmente a coinvolgere i cuori. Da grande comunicatore Renzi aveva cominciato a giugno personalizzando in maniera estrema. Certo, ciò ha immediatamente attirato e irritato l’attenzione dei suoi avversari, ma avrebbe portato allo scontro unicamente politico del volere o no la continuazione dell’esperienza di governo, con mezzi di comunicazione di massa e toni emotivi che Renzi, come ha dimostrato nelle belle frasi di dimissioni, sa usare con immensa efficacia. Gli italiani non amano mai il governo in carica, ma tra la giovane età del premier, la sua parlata toscana, i suoi momenti “alti” di retorica e il democristianismo delle sue decisioni, non hanno neanche un odio particolare e sanno per lunga esperienza che il peggio deve ancora venire. Pochi l’avrebbero cambiato e se Renzi avesse insistito un po’ meno nel ferire famiglie (il Family Day si è ricordato, come promesso) e regioni, forse ce l’avrebbe fatta.

Solo che il Partito del politically correct, con Napolitano in testa, ha imposto a Renzi di scusarsi della personalizzazione, considerata ovviamente fuori luogo e becera, e di abbracciare l’antica formula progressista del cambiamento. Tra chi ha considerato che allora il cambiamento non era sufficiente (a sinistra), chi ha considerato la parola cambiamento pericolosa soprattutto in un’epoca in cui vince un Trump dipinto come un mostro dai nostri giornali (“allora almeno noi, teniamoci la Costituzione ultra garantista che abbiamo”), chi considera il cambiamento un male in sé (a destra), e chi considera che ce ne siano già stati troppi (il Family Day), Renzi ha diminuito progressivamente il suo consenso. Anzi, in questo senso va detto che per essersi schierato contro quasi tutti i corpi intermedi d’Italia, dai vecchi partiti alla famiglia cattolica, dai sindacati alle tegioni – e infine anche ai naturali portatori di democrazia senza intermediazioni che sono i 5 stelle – Renzi è riuscito ad attirare ancora molti voti e ciò è dovuto proprio al fatto che, nonostante la camicia di forza del politically correct, il premier un po’ ha continuato a personalizzare il quesito, e con molta decisione nelle ultime settimane. Avrebbe perso in modo ancora più eclatante senza la sua naturale vena comunicativa perché l’antica metafora progressista del cambiamento è logora.

In tutto il mondo, infatti, il voto popolare ha sancito di non apprezzare più l’idea che il cambiamento sia univoco, inarrestabile, inevitabile e tutto volto a economia liberista globalizzata e valori liberal. Le elezioni menzionate – più le primarie francesi vinte da un conservatore dichiarato – mostrano che la gente vuole il ritorno di ideali forti, non importa se di destra o di sinistra, e di identità chiare. Ora le élite sono davanti a un bivio: o far finta di niente e dire che la gente sbaglia a votare (scelta maggioritaria del dopo Trump) o accettare di abbracciare ideali popolari e comprensibili. Infatti, gli ideali non sono le ideologie e rinunciare alle seconde non deve voler dire rinunciare ai primi, unico motore di vero interesse sociale e radice di grandi personalità politiche. Speriamo che scelgano questo ritorno al futuro, dove certamente ci sarebbe bisogno anche dell’attuale premier e della sua istintiva capacità comunicativa. 

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