Passeggiare tre le rovine. Sociologia della decadenza

di Carlo Gambescia, Edizioni Il Foglio, 198 pp., 14 euro

A dispetto di quanto potrebbe far credere il titolo, “Passeggiare fra le rovine” non è affatto un libro lacrimevole e passatista, nostalgico del bel tempo andato, “decadente” appunto, o romantico. Al contrario, è uno splendido trattato di sociologia politica: brillante nell’esposizione, colto nelle citazioni e ricchissimo nelle fonti, denso di spunti e riflessioni originali in ogni pagina e in ogni nota.

 

Occorre innanzitutto una definizione realistica del concetto di decadenza, premette Gambescia, un “canone obiettivo” che valga a definire regolarità e costanti di un fenomeno insieme storico e filosofico, politico e sociologico. La decadenza non è di destra né di sinistra, bensì un concetto “necessariamente comparativo”, che chiama in causa l’idea stessa di civiltà. “L’idea di decadenza dei moderni rinvia a una diminuzione di prosperità, floridezza, forza, autorità, a qualcosa che viene prima conseguito da un popolo, un’istituzione, una civiltà, e dopo perduto”. L’occidente è il convitato di pietra.
La storia di Roma, dalla nascita alla repubblica, alla “soglia augustea”, al lento declino, alla caduta, “assume per i moderni un carattere paradigmatico, di tipo storico-causale”. Gambescia la scandaglia minuziosamente, con rigore scientifico e chiavi di lettura originali. L’intero terzo capitolo è un lungo excursus attraverso dapprima la storia antica, poi quella delle idee. Machiavelli, Vico, Montesquieu sono solo alcuni dei protagonisti di una vastissima rassegna, fino a De Maistre, a Nietzsche e ai contemporanei.

 

L’attuale civiltà euroamericana è “giovane”: ha circa 250 anni, trova il suo “faro valoriale” nella libertà e nello sviluppo capitalistico, che ha assicurato una crescita e diffusione della ricchezza senza pari nella storia dell’umanità; una civiltà che ha varcato con il welfare state del trentennio postbellico la sua “soglia augustea” e sembra conoscere, dopo la crisi del 2008, l’inizio di un lungo declino.

 

Ma Gambescia mette alla berlina il pessimismo, “lato oscuro della decadenza”, e il catastrofismo professionale di alcune élite intellettuali e politiche. Si tratta di una “distorsione cognitiva negativa”, che ha prodotto – e tuttora produce – non pochi guai nella storia e nella cultura. Ne escono male Adorno e Horkheimer, con il loro disprezzo per la ragione pratica; Evola, che si oppone alla democrazia liberale; Heidegger, che rifiuta la tecnica; e gli anticapitalisti alla Piketty, gli ecologisti alla Latouche (“La decrescita non è nel dna dell’umanità”) e tanti altri confusionari, da Beaudrillard a Cacciari.

 

La tesi più interessante e originale del saggio consiste nella critica delle “coalizioni distributive”. Originate dalla libertà di associazione cara a Tocqueville e dal pluralismo europeo, queste aggregazioni si sono involute fino ad assumere una irrazionalità intrinseca, poiché “la logica distributiva penalizza la logica produttiva”. Queste coalizioni sono dunque, per loro natura, protezioniste e dirigiste, utilizzano lo stato come strumento di contrattazione e agiscono in concreto contro la crescita economica e la creazione della ricchezza.

 

“Occorre confidare – sostiene Gambescia, con Julien Freund – nell’orgoglioso riconoscimento delle nostre tradizioni di libertà, al plurale: libertà concrete dunque, non libertà astratta. (…) Mentre le libertà, spesso, non pochi preferiscono barattarle con la sicurezza. Ciò significa che il protezionismo sociale ha valore dal punto di vista delle coalizioni distributive, mentre la verità e le libertà rischiano di essere considerate un lusso. Qualcosa che viene dopo. Eventualmente”.

 

PASSEGGIARE TRA LE ROVINE. SOCIOLOGIA DELLA DECADENZA
Carlo Gambescia
Edizioni Il Foglio, 198 pp., 14 euro

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