Scrivere per non perdere niente

Tenere un diario, ovvero annotare la vita mentre accade

Annalena Benini

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Scrivere per non perdere niente

Foto Pixabay

Ho iniziato a tenere il diario venticinque anni fa. Ora è di ottocentomila parole. Non volevo perdermi niente, era quello il mio problema. Non potevo affrontare la fine di una giornata senza annotare tutto quello che era successo.

Sarah Manguso, “Andanza” (NNE)


  

Se penso a un diario, immediatamente penso al diario di Anna Frank, nella vecchia edizione Einaudi che ho letto da bambina, prima della pubblicazione integrale degli scritti di Anna. “Venerdì 12 giugno ero già sveglia alle sei: si capisce, era il mio compleanno! Ma alle sei non mi era consentito d’alzarmi, e così dovetti frenare la mia curiosità fino alle sei e tre quarti. Allora non potei più tenermi e andai in camera da pranzo, dove Moortje, il gatto, mi diede il benvenuto strusciandomi addosso la testolina”. L’incipit è pieno di vita, ardore, speranza, e l’ardore cresce insieme a Anna, anche nella soffitta dove si nasconde con la sua famiglia. Questo libro, pieno di date terribili e racchiuso dentro termini temporali molto precisi, ha superato i confini del tempo, e oltre a diventare la testimonianza assoluta della Seconda guerra mondiale e della persecuzione degli ebrei, ha cambiato la letteratura e ha cambiato l’idea stessa di tenere un diario. L’ha trasformato in un atto indispensabile e adulto, un’opera importante di disvelamento, ma anche un esercizio di disciplina. Ed è interessante leggere Sarah Manguso, poetessa che con NN ha già pubblicato Il salto, memoir sul dolore e sul lutto, e adesso racconta la vita e la danza del tempo attorno alla sua ossessione per il diario, per l’atto non secondario di annotare tutto. Il suo problema non è trovare il tempo per scrivere il diario, ma non riuscire a smettere di scrivere, sentirsi morta senza avere trasformato parte della vita in parole. “Volevo capire il mio posto nel tempo per fare in modo che la mia evoluzione fosse più completa e utile possibile. Non volevo barcollare senza meta, mezza addormentata, ignara del compito che dovevo assolvere. Non volevo vivere senza averlo completato”. Sarah Manguso è consapevole, con la consapevolezza apparentemente distaccata di Annie Ernaux, che tenere un diario significa fare una serie di scelte su cosa omettere, cosa dimenticare, perché non si può replicare l’intera vita in parole, e quindi la vita per buona parte è destinata all’oblio, oppure alle invenzioni della memoria. Ma se il diario è un vizio, se ci si sente costretti a scrivere, allora il presente necessita di giorni supplementari, giorni cuscinetto tra un giorno reale e l’altro.

  

Sarah Manguso non allega a questa danza di riflessioni il suo diario, le sue ottocentomila parole, ma racconta la droga di scriverlo e l’arbitrarietà dei ricordi, le sue revisioni alle parole, il giorno stesso o anni dopo, fino alla nascita di suo figlio, quando ha sentito di abitare il tempo più dolcemente, in modo meno angoscioso. Non si sentiva più inseguita, almeno non dalla domanda se avrebbe mai avuto o non figli, e così anche il suo modo di scrivere il diario, di annotare se stessa, è cambiato. “In un certo senso, mi sono assuefatta al passare del tempo. Non presto più realmente attenzione a quello che sta accadendo – non osservo più inesorabilmente le cose che sono cambiate dal giorno prima. Però, guardo mio figlio cambiare da un minuto all’altro, da un giorno all’altro. Osservarlo mentre impara delle cose è come guardare una macchina diventare intelligente, un animale diventare un animale diverso. E’ bello e terrificante, e tutto questo è già stato detto prima”. Adesso lei guarda suo figlio, il diario parla di lui, ma è sempre per lei. Non per i lettori: infatti lo tiene nascosto, evita anche di inserire dei brani in questo libro, che racconta solo l’esperienza e la danza del diario, e le reazioni di chi leggeva di nascosto e restava sconvolto, come il fidanzato a cui lei prestò il computer per scrivere cinque tesine in una notte. “Tra le altre cose, aveva letto che lo sentivo a malapena quando era dentro di me”. Il diario è per ricordare a se stessi il movimento che la vita fa su noi stessi. Per uno scrittore è una memoria essenziale, una miniera di diamanti. Per i lettori è il desiderio di verità e intimità, e Sarah Manguso scrive: “Spesso preferisco i diari degli scrittori alle loro opere scritte per essere pubblicate. E’ come se volessi le informazioni senza gli ostacoli di stile e forma”. Invece Anna Frank, da un certo punto in poi, aveva sentito che non avrebbe avuto altre possibilità di scrittura, ed era consapevole, e speranzosa, che il suo diario non sarebbe rimasto segreto.

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