Quelle piccolezze che salvano dalla follia perfino nell’inferno

Perché è necessario leggere le “Lettere” di Etty Hillesum

Annalena Benini

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2 Settembre 2017 alle 06:16

Quelle piccolezze che salvano dalla follia perfino nell’inferno

Etty Hillesum

Anche stavolta come d’abitudine, sono tornata dalla brughiera con diverse commissioni. Un’ex soubrette coi calcoli biliari desiderava la sua tinta per capelli. C’era una ragazza costretta a letto perché le mancavano le scarpe. E altre inezie del genere – per quanto, beninteso, la faccenda delle scarpe non fosse proprio un’inezia.

Etty Hillesum, Westerbork, inverno 1942

 


 

Dopo il diario, è assolutamente necessario leggere queste “Lettere” di Etty Hillesum, pubblicate da Adelphi, e se si vuole cominciare da un estratto significativo c’è un piccolo libro viola pubblicato da Castelvecchi, “Due lettere da Westerbork”. Contiene due lunghe lettere scritte fra il dicembre 1942 e l’estate 1943. Westerbork, in Olanda, era un “campo di transito”, da cui un treno merci quasi ogni martedì partiva con un carico di persone, uomini, donne, vecchi e bambini per Auschwitz. Etty, giovane scrittrice e studiosa olandese ci era andata volontariamente, per dare assistenza e per testimoniare: anche a lei toccò salire sul treno, lo stesso di Anne Frank. Queste due lettere vennero pubblicate clandestinamente dalla resistenza olandese nel 1943, con un nome falso, grazie a una donna, giovane medico che si oppone al nazismo, ed è sempre attraverso le donne che Etty Hillesum è arrivata fino a noi, scrive la studiosa Marcella Filippa nella prefazione preziosa di questa raccolta. “Noi donne siamo strane creature: basta una piccolezza a salvarci dalla follia. Perfino all’inferno. Sì, perfino all’inferno”. Etty resiste all’annientamento, e racconta l’annientamento dei suoi compagni con un’umanità dolente e priva di odio, racconta l’arrivo dei vecchi e degli invalidi al campo, racconta i bambini che si muovono e corrono fra donne a terra che hanno perso i sensi, e i tavoli di legno e le brande di ferro che comunque emanano una propria atmosfera, dipende da chi li usa, da chi è arrivato lì: ci sono le “baracche d’élite” e gli angoli bohémien, le zone residenziali e i quartieri squallidi: tutto avviene fra gli stessi oggetti, nelle stesse casupole. “Si direbbe che circostanze simili non sempre generino persone simili”. Che cosa succede quando, in quell’arido ritaglio di brughiera di cinquecento per seicento metri arrivano alcuni “pezzi grossi” della vita culturale e politica delle grandi città? Tremanti e spaesati, con la corazza frantumata, scrive Etty: “Non rimane loro che l’ultimo straccio di umanità. Hanno intorno uno spazio vuoto, delimitato da cielo e terra, che dovranno riempire con tutto quanto riusciranno a trovare dentro di sé– fuori non c’è nulla”. Siamo messi alla prova nei nostri valori ultimi di esseri umani, dice Etty Hillesum, e la grande ribellione è quella di non raggiungere mai la miseria spirituale, separare lo sdegno morale dall’odio, non odiare. Sembra un’impresa impossibile. “Laggiù ho sperimentato sulla mia pelle che ogni nuovo atomo d’odio rende il mondo più inospitale di quanto già non sia”. Una donna che ha partorito e perso subito suo figlio guarda i bambini che piangono e dice: “Potrò fare qualche opera buona in treno, ho ancora un po’ di latte”. Una ragazza paralitica, che in parte si è già vestita con l’aiuto di altre persone sussurra: “Non riesco ad accettarlo”. A una donna cominciano le doglie mentre sta per salire sul treno merci, e le viene dato il permesso di andare in ospedale: un atto di straordinaria umanità. “Quando dico che quella notte ero all’inferno, voi cosa capite? Me lo sono detta una volta a voce alta in piena notte, constatandolo con una certa lucidità: ecco, ora sono all’inferno”. Persone che moriranno in pochi giorni o in pochi mesi, alcune invece ce la faranno, ma Etty pensa al senso di tutto quel dolore. “Se anche proseguissi per pagine e pagine, non avreste un’idea dei piedi strascinati, delle cadute, del bisogno d’aiuto, delle domande infantili. Non c’era molto che si potesse fare con le parole e a volte una mano sulla spalla pesava già troppo”. Eppure è questo che non bisogna dimenticare: “Vedete, è un pezzo di storia dell’umanità talmente triste e umiliante che non si sa come occorra parlarne. Ci si vergogna di esserci stati e di non averlo potuto impedire”. Etty Hillesum però ha dato voce, pietà e corpo a quel pezzo di storia, ha teso la mano a tutti quelli che incontrava e partendo per Auschwitz ha lanciato un ultimo appello: “Mi aspetterete?”.

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