La Mala in mostra, racconto non banale di una città cambiata

Così la criminalità, organizzata e non, è mutata di pari passo con la città che la accoglie

La Mala in mostra, racconto non banale di una città cambiata

A Palazzo Morando l'inaugurazione Mostra Milano e la Mala (foto LaPresse)

Ci sono due scatti, fra gli oltre 140 ospitati dalla mostra fotografica “Mala a Milano” (inaugurata giovedì e visitabile fino all’11 febbraio 2018 a Palazzo Morando), che più degli altri raccontano come la criminalità, organizzata e non, sia cambiata di pari passo con le città che la accoglie. La prima istantanea mostra un dispaccio di polizia del 1946, che annuncia il raddoppio della vigilanza nelle tre aree giudicate più a rischio: corso Como, la Darsena e l’attuale quadrilatero della moda. Fa impressione vedere gli odierni santuari dello spritz a 10 euro descritti come “coacervi di rovine bombardate, bottiglierie frequentate da malfattori e case d’appuntamenti d’infimo livello ove è bene non recarsi dopo il tramonto”, ma non è certo l’unico ribaltone evidenziato dall’allestimento di Stefano Galli, già curatore di “Milano - Storia di una rinascita”. Seconda immagine: Ezio Barbieri, il bandito che rapinava soldati americani, fascisti e borsaneristi, è appena stato catturato. Circondato da poliziotti e gente comune, è l’unico a sorridere. Tra la folla qualcuno piange ma nessuno ostacola l’arresto, che l’indomani Dino Buzzati sul Corriere definirà “controvoglia”: Milano è povera ma non ancora incazzata, non con i suoi Robin Hood almeno. E fra le donne di Isola e Lambrate che ogni settimana ricevono da Barbieri farina, fagioli e benzina c’è più di una vedova di uomini in divisa.

 

Siamo nella fase iniziale e più romantica della curvatura criminale, quella in cui la città sotto sotto tifa per i banditi della Lìgera e il sogno di rivalsa covato dentro le casette zeppe di odori e storie parla il dialetto. Nessuno è davvero colpevole perché, in una città impegnata a sopravvivere al Dopoguerra, nessuno è davvero innocente. Più i rullini si riempiono di spaccate in gioielleria, truffe ai dadi e borseggi, più i prefetti che chiedono rigore e sicurezza sono costretti all’angolo da chi disegna traiettorie di continuità storico-ideologica fra Mala e Resistenza. Le armi e il know-how arrivano da lì, del resto. Il clima di giustizia proletaria durerà fino alla rapina di via Osoppo del 1958, il “colpo del secolo”: sette uomini assaltano un portavalori e si portano via 614 milioni di lire senza neanche sparare. Fanno tatatatà con la bocca, imitano il rumore del mitra come hanno sentito fare da un concorrente della Corrida. Li beccano proprio perché Corrado sta per cambiare piattaforma, come si dice oggi, e loro che non vogliono perderselo vanno da Crovetto in San Babila a comprare televisori fuori misura per chi dovrebbe campare col sussidio.

 

E’ con il boom economico che le esistenze di ladri e onesti cambiano di nuovo. Le realtà malavitose di quartiere, integrate in un tessuto urbano frutto di condizioni sociali irripetibili, iniziano a scomparire, soppiantate da una criminalità più golosa che affamata, decisa e senza nulla da perdere. Proprio come le migliaia di meridionali che ogni giorno sbarcano in Centrale in cerca del loro sogno. Forse non a caso, saranno due bande di “furesti” a contendersi Milano e le prime pagine negli anni successivi. I Marsigliesi, startupper del traffico di droga fuggiti dalla Costa Azzurra in cerca di caveau meno blindati e poliziotti meno scafati: troveranno i primi, ma non i secondi. E poi la ditta Cavallero, Lumpenproletariat torinese specializzato in banche e sequestri lampo. La rapina di largo Zandonai del 1967, documentata nelle sue fasi finali da un fotografo della Notte, non è l’unica in cui ci scappa il morto, ma è la prima in cui Cavallero e i suoi uccidono in modo quasi gratuito, per proteggersi la fuga, e segna lo spartiacque di un’epoca. Come se il set di Rocco e i suoi fratelli lasciasse il posto a quello di Milano odia, e la violenza sprigionata dai newcomers fosse gemella di quella a cui quotidianamente iniziano ad assistere le piazze.

 

Fra il 1968 e il 1977 criminali e contestatori si annusano da lontano, e pur senza mai piacersi troppo finiscono per condividere covi e osterie: il residence di via Ripamonti dove svernava il latitante Luciano Liggio ospitava, due piani più su, una comune hippy; la trattoria di piazza Vetra dove nacque il collettivo della Statale nascondeva, nel retro, i bottini che le bande di quartiere lasciavano raffreddare prima di piazzarli ai ricettatori; alla stessa bottiglieria sul Naviglio Grande si dissetavano punk della prima ora e brigatisti della seconda. In giro c’è un’escalation di aspettative e di arsenali che fa evocare agli editorialisti la Chicago anni Trenta: non sarà la prima volta, né l’ultima. Perché nel frattempo in città i gangster con gessato, sigaro e mitra a rotella sono arrivati davvero. Si chiamano Francis Turatello, Angelo Epaminonda, Nunziatino Cono, e a contendere loro il bottino è rimasto solo Renato Vallanzasca, l’ultimo esponente della vecchia mala milanese capace di ritagliarsi un ruolo da protagonista. Al Bel René e ai suoi mille volti “Mala a Milano” dedica un’intera, meritatissima sezione monografica: il ragazzino paffuto del primo fermo per rapina; il dandy con il colletto a punta che irride un giudice; il galeotto intento a fumare dietro le sbarre; il matrimonio in carcere con aragoste, champagne e Turatello in smoking bianco a far da testimone; i tre arresti dopo altrettante fughe. Intorno alle loro storie che già fanno pregustare l’edonismo individualista degli anni successivi, a Milano scorre la Storia: l’omicidio del commissario Calabresi, la morte di Feltrinelli, l’austerity, gli scioperi di massa, le stragi nere.

 

Sparito dalle scene Vallanzasca, i siciliani controlleranno la città per quasi un decennio grazie al loro prodotto di punta: l’eroina, che nel 1981 tocca il suo apice di diffusione e morte con quasi 600 decessi per overdose nella sola Milano. La foto forse più potente dell’intero allestimento è una ripresa dall’alto del parchetto di via Padova, con una decina di persone intente a bucarsi intorno a una panchina. Il mattino dopo, davanti a quella stessa panchina, un prete sta impartendo l’estrema unzione a due di loro, gli aghi ancora nel braccio.

 

I “mafiosi della porta accanto” (Buzzati, again) festeggiano i proventi del business senza preoccuparsi di celarsi all’obiettivo, felici di ostentare le loro imprese rumorose e appariscenti: auto di lusso, donne da esposizione, vita notturna tra ristoranti alla moda, night e bische clandestine. Siamo ormai a metà degli anni Ottanta, la Milano da bere mischia le carte, l’inflazione è a due cifre, il sogno di un’economia e di un crimine più etici sono finiti, i dané comandano, l’anima è venduta. Sta per arrivare l’inchiesta Nord/Sud, che nel 1989 traccerà per la prima volta i contorni dell’opa ’ndranghetista sulla Madonnina. Stanno per arrivare la recessione, Tangentopoli e le droghe sintetiche. Sta per chiudere la Notte, che per anni con le sue foto e i suoi pezzi si è impegnata a fornirci il suo bollettino pomeridiano di morti ammazzati. La malavita non spara più, e i racconti delle sue imprese da queste parti si sono fatti noiosi e ripetitivi, al limite del pastone politico-finanziario, per quanto inquietante.

 

L’ultima istantanea di “Mala a Milano”, profeticamente, mostra una piazza del Duomo deserta, presidiata dalle volanti. Siamo rimasti sul divano a stordirci di Netflix senza accorgerci che della città criminale, come di quella da bere, non resta più nulla. Vallanzasca si è visto revocare l’ultima libertà vigilata per un furto di mutande, della morte di Epaminonda i cronisti si sono accorti con mesi di ritardo lo scorso dicembre, quando non si presentò a deporre in un procedimento per narcotraffico che si trascinava da anni. In aula c’erano tutti i suoi ex luogotenenti, curvi sui bastoni o annientati dall’Alzheimer. “Da generazione in lotta a generazione in rotta”, avrebbe scritto Buzzati se fosse stato lì.

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