Economia e geopolitica del nuovo mercato della droga

Giro d’affari, controllo, giovani e nuovi consumi, il terribile shaboo. Autorità e preoccupazioni

Economia e geopolitica del nuovo mercato della droga

Sei miliardi di giro d’affari. Migliaia di addetti e un oligopolio solido, regolamentato, meritocratico. Il mercato degli stupefacenti a Milano è questo: un’economia parallela, visionaria e floridissima dove tutto si tiene. Dove lo sputapalline di Rogoredo intercettato qualche settimana fa da una microspia mentre scimmiottava il John Travolta di Pulp Fiction (“In questa città l’eroina sta rimontando alla grande”) coabita con il cocainomane dell’industria creativa che tira cinque grammi a settimana e le collette da pochi euro con cui i dodicenni acquistano anfetamine tagliate con l’antidolorifico. Dove l’amico di un amico ti recapita la marijuana allo stesso domicilio in cui ritiri la pizza consegnata da un fattorino che ha fumato shaboo per reggere tre turni consecutivi. Lo spaccio e il consumo di droga sono un’industria che negli ultimi anni, dopo qualche battuta d’arresto, è tornata a macinare numeri da capogiro. Annotate con crescente preoccupazione dalle forze dell’ordine, dai servizi di prevenzione del Sert e dai volontari che ogni giorno combattono questa strana guerra, totalizzando successi pari alle frustrazioni.

 

I numeri valgono più degli aneddoti: secondo i dati trasmessi a luglio al Parlamento dalla Direzione centrale servizi antidroga del Viminale, nel 2016 sulla piazza di Milano sono state sequestrate oltre 4 tonnellate di sostanze illecite. Hashish e marijuana superano le 3,6 tonnellate, seguono la cocaina con quasi 300 chili di bottino, l’eroina con 54 e le sostanze sintetiche con 40. Per quasi tutte le categorie si tratta dei parziali più alti dal 2012 a oggi: rispetto al totale nazionale in Lombardia passano di mano una bustina di coca su due, uno spinello su tre, una siringa su quattro.

 

Per la verità, siringa è un termine inappropriato visto che oggi l’eroina non si inietta quasi più in vena, ma si inala o si fuma dopo aver sciolto la polvere: fare a meno del buco induce molti consumatori a credere di correre minori rischi, ed è uno dei fattori decisivi per il ritorno della brown, come ormai la chiamano spacciatori e clienti per nobilitarla un po’. L’altro è la mutazione dell’offerta: l’eroina costa poco – dai 15 ai 40 euro al grammo contro i 70/90 della coca, ma al dettaglio si trovano anche monodosi da 5 euro – e rispetto al passato è più analgesica e meno letale. Insomma si muore meno, per quanto i decessi rappresentino ancora il 52 per cento di quelli da droga, ma i consumatori diventano sempre più simili a zombie. Non è un’iperbole, ma la definizione che ne hanno dato a fine giugno i poliziotti costretti a sgomberare per l’ennesima volta la piazza di spaccio di via Orwell, nei pressi di Rogoredo, ormai punto di riferimento per i tossici di tutto il Nordovest. Dietro una cancellata eretta dai pusher sudamericani e marocchini che controllano la zona, c’erano 40 persone intente a bucarsi o a sniffare: 12 di loro erano minorenni.

 

L’età sempre più giovane dei consumatori preoccupa molto gli addetti ai lavori: il policonsumo coinvolge ormai un under 19 su tre e il primo contatto con le droghe pesanti avviene quasi in simultanea con la cannabis, allargando ulteriormente la platea dei cocainomani, occasionali o abituali che siano. Sullo smercio di polvere bianca, come annotano i tecnici del Viminale, “non c’è dubbio che il predominio della ’ndrangheta in città rimanga assoluto” e che le sue “elevate capacità di infiltrazione, approvvigionamento e riciclaggio” rendano questo fronte il più difficile da presidiare per le forze dell’ordine, nonostante i sequestri in crescita.

 

Dove il quadro si fa più confuso e pericoloso è nel campo delle droghe sintetiche. Le metanfetamine poste sotto sigillo sulla piazza di Milano oggi ammontano al quadruplo di quelle confiscate nel 2010 e solo negli ultimi dodici mesi al Lass, il laboratorio di analisi sostanze stupefacenti dei Carabinieri, hanno isolato 20 nuove molecole.

 

A preoccupare è soprattutto la shaboo, uno stimolante in cristalli spesso tagliato con antidepressivi, vitamine, morfina e farmaci contro il calo dell’attenzione: lo scorso anno ne sono state sequestrate appena 17 dosi, ma a luglio la polizia ha fatto il salto di qualità intercettando una partita da 700 grammi, la più ingente di sempre. Fino a un paio di stagioni fa il business era appannaggio dei cinesi, che ricevevano la materia prima direttamente dalle Filippine. Poi la stretta operata in patria dal presidente Rodrigo Duterte e l’allargamento del mercato domestico avrebbero indotto i capipiazza di Sarpi e dintorni a stringere accordi di fornitura con i clan campani e di smercio con la criminalità albanese che agisce soprattutto a Quarto Oggiaro e dintorni. La ’ndrangheta, per il momento, lascia fare senza imporre la sua filiera: lo dimostra il fatto che quasi mai le anfetamine vengono intercettate nel porto di Gioia Tauro o allo scalo merci di Malpensa, tradizionali hub delle ’ndrine, ma direttamente ai confini della città. L’assenza di odore rende i cristalli più facili da trasportare e stimola fantasia e improvvisazione: solo negli ultimi tre mesi sono state scovate dosi nei vasetti di miele, nel liquido refrigerante di una partita di gamberetti, nelle gomme di un’auto in car sharing. Nell’hinterland milanese e in Emilia spuntano come funghi laboratori clandestini che preparano il nuovo stupefacente e lo smistano su Milano, dove è uscito rapidamente dal cliché di droga anti lavori usuranti per diffondersi fra i giovanissimi delle periferie, in cerca di un’alternativa low cost alla cocaina: peccato che gli effetti siano molto più rapidi e devastanti. La sensazione è che il trend non si fermerà tanto presto perché la shaboo costa poco e rende molto, di sicuro abbastanza da provocare qualche frizione nel solitamente quieto assetto geopolitico dello spaccio meneghino. Il silenzio cinese, il nervosismo dei grossisti calabresi verso gli spacciatori campani poco attenti alle regole del franchising, e infine l’attività febbrile degli orfani di Hatija Alket (il boss albanese arrestato il 9 luglio a Durazzo, responsabile di almeno mezza tonnellata di esportazioni verso l’Italia) non autorizzano ad abbassare la guardia.

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