La grande disputa sulle Vie d’acqua. Tra sogni e realtà

Il referendum per riaprire i Navigli e tornare a navigarli slitta al 2018 (forse). Piani di fattibilità, costi, idee

La grande disputa sulle Vie d’acqua. Tra sogni e realtà

I Navigli di Milano

Milano è nata e cresciuta sull’acqua dei suoi Navigli, e così Beppe Sala ha deciso di realizzare il sogno di tanti: tornare a navigare a Milano. I Navigli come una cerchia attorno alla città vecchia, o almeno qualche spezzone di cerchio. I Navigli come raggi che tagliano la città perfetta perché “a forma di cerchio”, come diceva Bonvesin, a far centro dalla sua Darsena, oggi fattasi modaiola. Letizia Moratti l’aveva sognato per l’Expo, Sala l’aveva già scritto in un libro, e poi nel programma elettorale. Tramite via referendaria per le vie d’acqua. Milano è una città più acquatica di quel che si pensi – anzi ce n’è troppa, nel sottosuolo e intorno, niente penurie in stile romano, qui, e nelle zone a sud la falda zampilla – e ai milanesi piace cullarsi immaginando di poter tornare un giorno a girare con le chiatte, o coi barchini di legno. Del resto ad aprile anche il Consiglio regionale ha approvato una mozione presentata dal vicepresidente Fabrizio Cecchetti (Lega nord) e da Stefano Bruno Galli (Lista Maroni) per impegnare il presidente della Regione e la giunta regionale a promuovere un protocollo d’intesa col Comune di Milano per la riapertura delle vie d’acque dei navigli lombardi, non solo milanesi. Ma i Navigli sono interrati e le loro vie sono tortuose, così qualche giorno fa Beppe Sala ha fatto sapere che il referendum sul progetto Naviglio slitterà al 2018: “L’idea è di agganciarlo a un’altra consultazione, per non creare altri costi. Potrebbe essere in concomitanza con le Regionali”. Nel frattempo ci sarà un ulteriore incontro con il comitato scientifico guidato dal docente del Politecnico Antonello Boatti, che ha lavorato a uno studio di fattibilità già dai tempi della giunta Pisapia.

 

Milano ha imparato anche a guardare con diffidenza alle acque che la circondano. Complice il Seveso, che per decenni ha inondato, dopo ogni fortunale, Niguarda e dintorni. A maggio l’ultima esondazione, un attimo prima che la Regione mettesse a bilancio centinaia di milioni per realizzare le salvifiche vasche di contenimento. La città, accanto all’entusiasmo per l’apertura dei navigli (un referendum già svolto, nel 2011, aveva avuto il 94 per cento favorevoli), ha alzato le antenne sulle acque vecchie e nuove che l’attraversano, non pensa solo all’estetica urbana ma anche alla messa in sicurezza idrogeologica. Dopo la travagliata vicenda Expo, i canali che avrebbero dovuto solcare l’area dell’Esposizione unendola alla città si sono impantanati tra le proteste, i costi e lo sbarco della Procura sulla partita “Vie d’acqua”, 20 chilometri di progetto. Così sulla riapertura dei Navigli – al di là del folclore dei consiglieri comunali che si tuffano in Darsena a caccia della solita photo opportunity – il campo si è già diviso in tre parti. Da un lato chi sostiene (anche la Lega) il progetto Sala coordinato dall’architetto Boatti, che ha il cuore nella sinistra Pd; dall’altra i contrari per partito preso (Forza Italia); in mezzo i pasdaran della navigabilità, guidati dall’architetto Roberto Biscardini (già Psi e da anni promotore del comitato Riapriamo i Navigli), contrario alle “piscine”, cioè alla riemersione di aree non collegate tra loro, che dice: “Occorre garantire la navigabilità, l’idea di riaprire il Naviglio a pezzi, con l’inserimento sottoterra di un inutile tubo, finirà col creare delle vasche di abbellimento e non si potrà dire certo di aver riaperto i Navigli”.

 

Il “tubo” che non piace a Biscardini è uno studio, che incrocia i lavori per la M4, sulla fattibilità di un collegamento idraulico sotterraneo per unire la Darsena ai canali delle campagne di Milano sud. In generale, dal punto di vista degli ingegneri, l’occasione è quella di una generale risistemazione e messa in sicurezza idrica della città. Che in effetti ne avrebbe bisogno. Un’altra parte del progetto riguarda il sistema per ri-collegare la Martesana (nord-est) e la Darsena attraverso l’antico tratto della cerchia. Sette chilometri urbani di percorso, 43 ponti di costruire. Ma Boatti ha anche ricordato che i “benefici collettivi” della riapertura, tra crescita dei valori immobiliari o sviluppo dell’attrattiva commerciale, è stimata in uno studio in poco meno di un miliardo di euro.

 

Milano dovrebbe saper pensare in grande, insomma: “La discussione non dovrebbe essere tanto tra chi è favorevole e chi no, ma tra le diverse motivazioni dei favorevoli, che non sono banali, per fare che questo ‘sogno’ diventi una realtà realizzabile e sostenibile per tutti”, spiega Luciano Pilotti, Università di Milano. “In primo luogo, fine o mezzo? Propenderei risolutamente per il ‘mezzo’. E dunque per fare cosa? Per rendere Milano più vivibile (residenti), attrattiva (turisti, visitatori) e competitiva (imprese, enti di ricerca, istituzioni internazionali). Nel complesso perché possa diventare una città resiliente che resiste agli choc come l’immigrazione o l’innovazione (post-Expo docet). Inoltre una città ridondante, ossia con riserve di risorse per la gestione del cambiamento (focalizzazione del mutamento dell’identità economica e industriale) e del climate change (inquinamento, smart city, sicurezza, ecc.). Il ‘veicolo costruttivo’ di una tale prospettiva è anche l’acqua, materiale materico, quasi immateriale, per una ‘città’ liquida’, per dirla con Bauman, capace di cogliere i mutamenti e incorporarli trasformandosi”. Prosegue Pilotti: “La riapertura dei Navigli deve potere riconnettere passato, presente e futuro senza rimozioni, dove l’acqua rappresenta un connettore leggero, ‘un attrattore strano’, per i fisici, dentro una società e una economia profondamente cambiate anche dalla crisi biblica che – forse – stiamo mettendoci alle spalle dopo quasi dieci anni. Innanzitutto per il rapido ‘scivolamento’ verso l’immateriale, il digitale, la conoscenza di nuovi ‘materiali’ sempre più ‘liquidi’, direbbe ancora Bauman, che cambiano il nostro modo di produrre e di consumare e di decidere. Ora l’Industry 4.0, verso una nuova produttività di tipo cognitivo”.

 

L’acqua è dunque un elemento anche simbolico “per accompagnarci da una società delle quantità a una delle qualità, anche in senso estetico ed etico, o della responsabilità”. “Una città che accende nuove varietà del fare e dell’immaginare, fonte preziosa di Open-innovation. In questo modo, diamo visione a una città come un eco-sistema, una ecologia di e per viventi”. E ancora, prosegue il prof.: “L’acqua rappresenta un veicolo o un materiale di rammendo della città come macchina biologica complessa che impone una visione (lunga) e un metodo di disegno (partecipativo e inclusivo) per ridurre le fratture che il 900 ha prodotto, per avviarci verso quella smart city che tutti vorremmo, più vicina ai suoi fruitori diretti e indiretti”. Per questo, secondo il docente del Politecnico, sembra del tutto utile (oltre che necessario) un approccio sperimentale e modulare, “verificando nel cammino le prestazioni dell’intervento e gli esiti (oltre ai costi) che deve essere anche il meno destabilizzante possibile dato che richiederà anni se non un decennio e da cui un’imperativa compliance con i cittadini e utenti che “subiranno” i disagi (oltre ai costi) dell’intervento stesso”.

 

Nei costi e benefici andranno contabilizzati i fattori disagio (una città-cantiere per alcuni anni, un pericolo che frena assai la politica) ma anche il grado di attrattività a medio e lungo termine di nuovi residenti e nuovi visitatori, ossia utenti diretti e indiretti in un arco temporale ampio. Perciò le valutazioni di impatto, di redditività e di sostenibilità devono essere realistiche anche come “leva aggiuntiva di attrattività internazionale per nuove competenze, nuove conoscenze, nuove istituzioni e nuovi attori”. Quindi – dice Pilotti – servirà grande trasparenza in un processo partecipativo complesso di assunzione di decisioni e responsabilità che coinvolgerà l’intera città metropolitana e i perimetri della città-regione, “sia per gli effetti sulla mobilità sia sulle risorse idriche e idrauliche che richiederà. Acqua come ingranaggio di una città laboratorio sperimentale”, conclude Pilotti.

 

E’ anche per questo che il sindaco Sala, più che un nuovo referendum consultivo, vorrebbe avviare un dibattito pubblico, in grado di far conoscere i dettagli e le ricadute del progetto, aprendo le porte alle necessarie indispensabili modifiche. Perché se i lavori, in larga misura, si agganceranno ai cantieri già aperti della M4, il pronostico parla di una città sventrata da qui al 2022, e solo per i primi due chilometri di navigli aperti.

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