I due Pierfrancesco della giunta Sala

Politica e amministrazione. Orlandiano e Renziano. Majorino e Maran, le due anime della giunta milanese 

I due Pierfrancesco

LaPresse/Claudio furlan

STATEMENT - Difficile che passi giornata senza un post su Facebook di Pierfrancesco Majorino. Generalmente apodittico e sincopato, come si conviene a uno scrittore “nato” a 27 anni, nel 2000, con un reportage sulla condizione giovanile (“Giovani anno zero”, edito da AdnKronos Libri). Majorino è uno che fin da giovane mastica politica. Origini napoletane ma mamma di Bolzano (ama tantissimo sentieri e montagne), in terza media è già iscritto alla Figc. Poi l’istituto tecnico di via Pace (qualche pagella non brillantissima, ma il futuro è di chi ci crede) e diventa segretario del sindacato nazionale degli studenti. A 25 anni “sfonda” al ministero: consigliere nel 1998 di Livia Turco. Proprio quella della Turco-Napolitano, poi superata dalla Bossi-Fini contro la quale Majorino ora carica a testa bassa. A fine anni 90 l’incontro con il sociologo Bonomi: “Mi mandò nella bergamasca a intervistare i piccoli imprenditori edili. Un’esperienza di alcune settimane veramente fantastica”. Nei Ds fa carriera quasi subito. A 28 anni, è il 2001, il segretario della federazione metropolitana Federico Ottolenghi (poi dirigente del Comune di Sesto San Giovanni), lo chiama a fare il responsabile organizzativo. Sotto le leadership di Filippo Penati e di Franco Mirabelli è segretario cittadino dei Ds. Di Penati, appena scoppia lo scandalo, è tra i primi a chiedere le dimissioni. Del resto Majorino è così: velocissimo, mediatico, solo fintamente posato. Volitivo, umorale, permaloso. Abile a manovrare. Sempre su posizioni di sinistra, nel partito. Abbastanza isolato da poter fare sempre quel che vuole, ma mai tanto isolato da strappare con la struttura. E’ uno che va alla prima della Scala, accompagnato dalla prima moglie, avvocatessa, senza smoking. E’ uno che va al G8 quando è stato dato l’ordine di non andare. Padrini? Pochi, pochissimi. Anzi, uno solo che abbia davvero amato: Walter Veltroni. “Quando viene a Milano, ancora oggi, non manchiamo di vederci”. Nel 2006 entra in Consiglio comunale, in opposizione alla Moratti. Due anni dopo, quando Marilena Adamo va al Senato, diventa capogruppo. Nel 2011 è assessore. Poi le primarie contro Sala, dove arriva a quota 7.500 voti. Ad accompagnarlo ovunque c’è Caterina Sarfatti, figlia del compianto grande imprenditore e sfidante del Formigoni straripante. Sua seconda moglie, da qualche mese. Anima della manifestazione Milano senza muri, superspot della sinistra accogliente. Majorino ci punta forte, vince. La Stazione Centrale però è un calvario di insicurezza senza fine. Adesso lui dice: “Sto lavorando con i minnitiani”. Quelli di Minniti, al quale non ha risparmiato mezza critica. Veloce, abile, fulminante nel riposizionamento. Majorino.

   

UNDERSTATEMENT - I due si conoscono da talmente tanti anni che bisogna tornare a quando Majorino non aveva la barba e Maran neanche una parvenza. Maran frequentava il Volta, Majorino era il segretario del sindacato degli studenti. Di sette anni più giovane (Maran è un 1980), l’attuale assessore all’Urbanistica è il re dell’understatement. Quando parla, lo fa per cose amministrative. Rare incursioni politiche, ma di sostanza. Come quando decide di appoggiare Renzi e andare alla seconda Leopolda (alla prima c’era Civati…), unico a Milano nella marea di bersaniani. Come quando decide di appoggiare Beppe Sala mentre altri (non la Rozza, però) tentennano dietro gli ondeggiamenti della testa di Pisapia. Maran non ha figli e non è sposato, per ora. Nel 1995 entra nel consiglio di zona 3. La sua amata Porta Venezia, dove ancora oggi abita e dove lo si può vedere spesso inforcare una bicicletta del Bike-Mi. Un servizio che letteralmente adora. “E’ l’unica tessera che mi sono fatto fare da assessore alla Mobilità”, spiega orgoglioso, prima di infilarsi in metropolitana per esibire il suo normalissimo abbonamento da cittadino. Del resto, che lui sia il papà del car sharing e il padre dell’affermazione definitiva del bike-sharing è cosa conclamata. Pure Area C, clone di Ecopass, quando venne introdotto da Pisapia, ebbe la sua faccia. Tanto che provarono a pestarlo, il mite ma ferreo Maran. Nel 2006 entra in Consiglio comunale, nel 2011 e nel 2016 risulta il più votato dopo il capolista. Incursioni nel partito? Poche. Anzi, una. Nel 2010 si candida segretario cittadino contro Francesco Laforgia, oggi emigrato in Articolo 1. Perde 70 a 30. Ma oggi sorride. Perché Laforgia non c’è più, e pare proprio che per Maran valga il detto di Andreotti sul suo medico di leva: “E’ andata sempre così: mi pronosticavano la fine, io sopravvivevo; sono morti loro”. Parla poco, Pierfranfesco. Con Majorino ha in comune solo la Juventus. E’ uno di quei giocatori decisivi soprattutto nei match scomodi, e pare che non si sporchi neppure i pantaloncini. Come con Bruno Rota, l’ex presidente di Atm, ex dg di Atac (Andreotti docet). Erano proverbiali i suoi scontri. Tutti interni, però. La lite non tracimava (quasi) mai sui giornali. Del resto, Maran è uno che parla poco e litiga ancora meno. Alla fine Rota andò pure a una sua cena elettorale nel 2016 e pagò per sé e per il figlio. Tuttavia si è lasciato andare l’altro giorno con un tweet al curaro: “Roma città ingrata. Ti diamo i nostri uomini migliori e tu ce li rimandi subito indietro”. Restiamo umani: certe tentazioni sono troppo forti anche per lui, per i suoi occhialetti e la sua giacchetta scura.

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