Il problema del sistema Woodcock

Perché la sentenza della Cassazione su Romeo è una lezione per chi intercetta con troppa disinvoltura

Metodo Woodcock

Henry John Woodcock (foto LaPresse)

Non si sa se le accuse del caso Consip saranno provate, se le persone coinvolte verranno dimostrate colpevoli o confermate innocenti, ma intanto è già possibile tirare una conclusione sui risultati finora tangibili del metodo Henry John Woodcock. Non si tratta solo delle indagini sulle manipolazioni del Noe o sulle fughe di notizie dell’inchiesta Consip, spesso simile a un colabrodo. Cosa non va nel metodo d’indagine del pm della procura di Napoli è ricavabile dalle sentenza con cui la Cassazione ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Alfredo Romeo. Proprio lui, l’imprenditore tenuto in carcere per quattro mesi (ora ai domiciliari) con l’accusa di essere il vertice di una struttura corruttiva: il “sistema Romeo”. Innanzitutto i giudici dicono che questa cupola non esiste. O meglio, che non basta per i pm affermarla in maniera apodittica, ma che andrebbe in qualche modo descritta con prove a sostegno: “Non si comprende di quali contenuti operativi consista e in quali modalità concrete” si manifesti il “metodo” o il “sistema” di gestione di Romeo “cui si fa riferimento per giustificare l’ipotizzato esercizio di una capacità d’infiltrazione in forme massive”.

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Un altro punto rilevante sollevato dalla Cassazione è l’uso invasivo delle intercettazioni. Woodcock e colleghi hanno utilizzato strumenti fortemente intrusivi come le microspie ambientali e i “virus spia” (trojan) nei telefonini perché ammessi nelle indagini sulle associazioni di stampo mafioso. Poi però, mentre i riferimenti ai fatti di camorra sono scomparsi, si è continuato a usare intercettazioni invasive per indagare su un presunto “sistema Romeo” dai contorni indefiniti. Ma “l’ipotesi associativa – dice la Cassazione – non può essere strumentalizzata al fine di ottenere l’autorizzazione di intercettazioni” con il trojan, da utilizzare poi per altri reati “per i quali non sarebbe stato ammesso l’impiego”. Nel caso di Romeo l’accusa per associazione camorristica nasce da un’indagine su un appalto per le pulizie dell’ospedale Cardarelli di Napoli da cui, secondo i pm, emergevano “acclarati collegamenti e rapporti tra le maestranze della Romeo gestioni ed esponenti della criminalità organizzata”. I rapporti riguardavano l’assunzione come addetti alle pulizie di personaggi vicini alla camorra, che però già lavoravano nell’ospedale e Romeo, subentrando nell’appalto, era di fatto obbligato ad assumere. Comunque sia, di legami con la camorra e appalti con il Cardarelli – che erano la parte forte dell’inchiesta – non se ne sa più nulla. Ma proprio quella gravissima ipotesi d’accusa ha consentito, attraverso le intercettazioni con i virus spia, la nascita dell’inchiesta Consip con l’accusa di corruzione e il coinvolgimento di Tiziano Renzi. Senza il cavallo di Troia dell’associazione camorristica non ci sarebbero stati i trojan nei telefoni di Romeo e di chiunque gli fosse vicino.

 

Anche sulle intercettazioni di Tiziano Renzi c’è qualcosa di indicativo di un certo metodo. Secondo quanto avrebbe detto il procuratore reggente di Napoli Nunzio Fragliasso al Csm, che si sta occupando per motivi disciplinari del metodo Woodcock, i pm del caso Consip avrebbero iscritto nel registro degli indagati Carlo Russo ma non Tiziano Renzi, anche se erano entrambi nella stessa posizione. Il punto è che se Woodcock avesse indagato anche babbo Renzi per traffico d’influenze illecite, non avrebbe più potuto intercettarlo. E infatti ha preferito tenere sotto controllo il suo telefono, persino mentre il signor Tiziano era finito indagato dalla procura di Roma, ascoltando le chiamate con il figlio Matteo poi illegalmente pubblicate sui giornali. Non si tratta dunque solo di cercare prove per dimostrare un reato, ma anche di scommettere su reati che permettono di intercettare in modo più invasivo. E’ questo il metodo che la Cassazione ha censurato.

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