Dopo silenzi e frecciatine, il Labour va allo scontro interno sull'immigrazione

Il regolamento di conti è previsto alla conferenza di partito a Brighton. Le divisioni anche nel mondo corbyniano, e i soliti tic (c’entra Maduro)

Dopo silenzi e frecciatine, il Labour va allo scontro interno sull'immigrazione

Foto LaPresse

Milano. La legge sulla Brexit è arrivata ieri al Parlamento inglese, in seconda lettura: il voto è previsto per lunedì, ma la confusione è alta, per molte ragioni, tra cui due. La prima è che non è chiaro nemmeno come si chiama la legge, ha cambiato dicitura molte volte, sintesi esatta degli umori mutevoli dei politici inglesi: come spiega con la sua consueta ironia Matt Chorley del Times, la legge si chiamava originariamente “Great Repeal Bill”, ma non era così “grande”; è diventata semplicemente “Repeal Bill”, ma non abroga nulla, “copia molte leggi esistenti in un unico statuto”; ora il termine è “EU (Withdrawal) Bill”, ma non ha nulla a che fare con il ritiro, “lascia più o meno tutto com’è”. Per amor di battuta, Chorley tralascia i dettagli, che da un punto di vista legale non sono pochi: la “copiatura” delle leggi implica la necessità di nuovi poteri per il governo, che è accusato di voler far passare come democrazia la conquista di ulteriori spazi di manovra, in modo “anti democratico”, come ha stabilito ieri una commissione della Camera dei Lord.

 

Tutto è tormentato in questa Brexit, anche dare il nome a una legge, ma la confusione è in aumento, e non soltanto per il moltiplicarsi di questioni tecniche macchinose: per precise ragioni politiche. E questo ci porta alla seconda ragione del caos imperante, che riguarda il Labour. Il partito guidato da Jeremy Corbyn ha cambiato posizione sulla Brexit durante l’estate – negli accordi transitori post marzo 2019, Londra dovrebbe rimanere per quattro anni nel mercato unico e nell’Unione doganale, sostiene ora – e l’ha precisata ulteriormente con l’intervista di ieri al Financial Times del ministro ombra per la Brexit, Keir Starmer: il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’Unione doganale “a tempo indeterminato”, a meno che non ci siano le prove del fatto che “nuovi accordi commerciali possano davvero migliorare le condizioni del paese”. Anche per questo, il Labour ha dato mandato ai suoi parlamentari di votare contro il Withdrawal Bill, e sta cercando di convincere i conservatori contrari alla Brexit a fare lo stesso. Però il Labour ha già qualche problema a convincere i suoi ad attenersi alla linea di partito: almeno 35 parlamentari stanno considerando l’idea dell’astensione.

 

Le divisioni all’interno dei Tory al governo sono impareggiabili, ma pure il Labour si muove a tentoni, modificando le proprie posizioni a seconda del momento, senza una visione complessiva della Brexit. Se sul mercato unico si è trovato un compromesso finalmente d’opposizione al governo – anche se il cancelliere dello Scacchiere, il conservatore Philip Hammond, dice più o meno la stessa cosa laburista sugli accordi di transizione – su molti altri temi dirimenti per il negoziato le divisioni sono grandi, e ideologicamente rilevanti.

 

Si prenda l’immigrazione. Il Guardian ha ottenuto un leak straordinario mercoledì su un piano redatto dal premier, Theresa May, che impone restrizioni enormi ai diritti dei cittadini europei nel Regno, scatenando una reazione molto dura a Bruxelles. Il leak mostra due cose: che l’opposizione interna alla May è feroce, perché un’indiscrezione del genere è fatta per fare male a lei, e i colpevoli si cercano nell’entourage del ministro dell’Interno, Amber Rudd, e del cancelliere dello Scacchiere Hammond; che la May è la più intransigente sull’immigrazione, come ha confermato lei stessa ai Comuni questa settimana difendendo non il report del leak, ma la propria linea dura sì. Questo per quanto riguarda i Tory, poi c’è il Labour: come ha sottolineato il Guardian, Corbyn non ha condannato il governo per i suoi piani sull’immigrazione, né ne ha preso troppo le distanze. Molti parlamentari anche vicini al leader non hanno perso l’occasione per condannare “un altro pugno nello stomaco dei cittadini europei” – scrivono tre reporter del quotidiano – ma la leadership ha detto di voler commentare soltanto decisioni prese dal governo, non presunzioni. Se questo valesse per tutto, sarebbe anche una strategia sensata, ma non è così: Corbyn si avventa su tutto quello che può per accusare il governo, è che sull’immigrazione e sulla libertà di circolazione dei cittadini nel Regno – che è una delle ragioni primarie dell’istinto Brexit – non c’è una linea comune, né probabilmente grande opposizione alla May. Nel manifesto elettorale del Labour dell’ultima tornata elettorale di giugno, c’è scritto: “La libertà di movimento finirà quando usciremo dall’Unione europea, il sistema d’immigrazione inglese cambierà”.

 

Sull’Huffington Post versione inglese, Paul Waugh ha raccontato che i sindacati, grandi sostenitori di Corbyn, sono divisi sulla questione: i due gruppi principali, Unite e Unison, sono indecisi, ma i sostenitori nel Labour della libertà di circolazione sono convinti che basti qualche sostegno in più per far cambiare posizione al partito. I Giovani laburisti hanno dato il loro sostegno martedì alla mozione che dice: “Al governo, dovremmo mantenere ed estendere la libertà di movimento”, è un modo per proteggere tutti i lavoratori. La campagna ufficiale laburista per la libertà di movimento, organizzata dal giovane Michael Chessum, che faceva il tesoriere nel movimento corbyniano Momentum, sarà lanciata la settimana prossima (quella sulla permanenza nel mercato unico è partita tre giorni fa), e sono previsti alcuni parlamentari, alcuni sindacalisti e anche gli scioperanti di McDonald’s, che hanno organizzato la prima protesta del Regno Unito contro la catena di fast food e che sono stati onorati della visita del cancelliere dello Scacchiere ombra, John McDonnell. Si sta creando un consenso trasversale, sostengono i favorevoli alla libertà di circolazione, nel mondo corbyniano e in quello blairiano, e lo stesso Corbyn con la sua ministra dell’Interno ombra Diane Abbott cambieranno presto posizione, assecondando questo nuovo slancio.

 

Michael Chessum spiega che la sinistra ha perso la battaglia sull’immigrazione finora perché non ha trovato argomenti validi per difendere la libertà di movimento, mentre le motivazioni sociali ed economiche sono chiare, non è certo l’immigrazione il problema, sono “l’austerità, le politiche conservatrici, il sistema economico delle corporations” i problemi. Ma non tutti i laburisti condividono questa idea, come non lo fanno molti elettori laburisti, che hanno votato per la Brexit anche in chiave anti immigrazione. E c’è comunque Corbyn da convincere: al di là delle speculazioni il manifesto elettorale è di pochi mesi fa, e l’ala radicale del partito ha consolidato le sue idee da tempo: all’ultima conferenza di partito sotto la leadership del ben più cosmopolita Ed Miliband, prima della Brexit, si vendevano tazze rosse con scritto: “Controlli all’immigrazione, voto Labour”.

 

Lo scontro finale avverrà con tutta probabilità a Brighton, alla conferenza del Labour dal 24 al 27 settembre: se il ministro ombra per la Brexit Starmer ha reso abbastanza docile il passaggio dalla posizione fuori dal mercato unico-dentro al mercato unico, sull’immigrazione molti prevedono grandi liti. Sarà questa la questione dirimente, assicurano gli insider, e l’obiettivo dei sostenitori della libertà di circolazione puntano a uscire da Brighton con la mozione ribalta-manifesto appoggiata dallo stesso Corbyn: sarebbe una mossa contro i conservatori piuttosto efficace, e i corbyniani non hanno perso la speranza di andare a votare di nuovo entro poco. Molti commentatori mantengono il loro scetticismo: figurarsi se uno come il leader laburista cambia idea su un tema tanto importante, lui che anche sul mercato unico continua a mantenere qualche perplessità, lui che va fiero del suo istinto pro dittatori e ospita nella grande kermesse di Brighton – riporta il Times – anche un evento pensato da gruppi vicini al sindacato Unite dal titolo: “Giù le mani dall’America latina. No all’embargo a Cuba, no alle sanzioni al Venezuela”. Invitato speciale: l’inviato del regime di Maduro a Londra, Rocío Del Valle Maneiro González. I leader dell’opposizione venezuelana sono in un tour europeo, e ieri sono stati ricevuti a Downing Street.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    08 Settembre 2017 - 16:04

    Corbyn è molto intelligente furbo preparato.Speriamo che David Parenzo in Italia non si butti in politica .( tra noi è meglio di D'Attore che pare la controfigura di tal Strinati che qualche vecchiotto tra il liceo Tasso e il Giulio Cesare ricorda) .

    Report

    Rispondi

Servizi