Se l'Europa fa la bulla con Londra

A Bruxelles i negoziatori della Brexit sono sempre più spavaldi e sprezzanti nei confronti degli inglesi, che si infuriano. Tra dileggi e malizia, c’è un piccolo rischio

Se l'Europa fa la bulla

Il caponegoziatore europeo, Michel Barnier, assieme al ministro per la Brexit inglese, David Davis, all’ultimo incontro del 31 agosto. LaPresse/Xinhua

Avreste bisogno di essere un po’ istruiti sulla Brexit, ha detto il caponegoziatore europeo Michel Barnier rivolgendosi agli inglesi, che si stanno consumando occhi e anima sulle carte del divorzio del secolo. Lezioni europee a noi inglesi, è uno scherzo vero? La reazione dei britannici è stata furibonda – ad aggravare il tutto c’è che Barnier è francese, certe rivalità non si superano mai – e il caponegoziatore ha detto placido che figurarsi se si permette di dare lezioni, le sue parole sono state prese fuori contesto, ma si intuivano le risate sotto i baffi di tutto il team dei negoziatori europei. Quando gli inglesi hanno proposto di intensificare gli incontri per accelerare e oliare il processo negoziale, gli europei hanno risposto “Abbiamo detto che sì, possiamo avere più meeting – ha detto una fonte dell’Unione europea al Times – Se c’è della sostanza però. Ma francamente sono finiti gli argomenti da esplorare. Dobbiamo negoziare, ci siamo già sfiancati due volte nel secondo e terzo round, che cosa dovremmo allora fare in questi incontri più frequenti?”.

  

I toni europei sono ironici e un po' spazientiti. "Se lo facessimo noi, vi accanireste", dice un funzionario inglese

Questo 2017 che ai suoi esordi si annunciava l’anno del decesso dell’Europa, dopo la vittoria della Brexit e di Donald Trump in America, accoppiata da fine-di-mondo, e con tornate elettorali decisive per il Vecchio continente, si è rivelato l’anno della rinascita, della riscoperta dell’istinto europeo, della volontà di rimboccarsi le maniche e “prendere in mano il nostro destino”, come ha detto la cancelliera tedesca, nonché madrina d’Europa, Angela Merkel. E come spesso accade, quando ci si sente forti, anche i toni cambiano, si riscoprono ironia, malizia, battuta pronta. Si diventa anche un po’ bulli, ma in questo caso si può essere indulgenti: dopo anni di grigio trascinarsi con la preoccupazione di nascondere bandiera e ideali, con quel progetto europeo che al solo nominarlo si toccava ferro, la spudoratezza è un pochino legittima. E divertente, soprattutto se scatena puntualmente l’ira dei britannici, che certe volte assomigliano ai bambini che restano in piedi quando si gioca a “musical chairs”: prima ridono e ballano, quando si accorgono che non hanno una sedia e sono eliminati, iniziano a piangere.

   

Un funzionario inglese si è lamentato con Jack Blanchard di Politico Europe – che ha lanciato questa settimana il London Playbook, due scoop nei primi due giorni – del fatto che ormai gli inglesi sono apertamente ridicolizzati: “Immagina se David Davis, ministro per la Brexit, dicesse una cosa e la smentisse due giorni dopo” come ha fatto Barnier: l’accanimento sarebbe immediato. Non c’è soltanto Barnier, anche il presidente della commissione Jean-Claude Juncker, con il suo chief of staff Martin Selmayr (che due giorni fa ha detto: “La Brexit è una decisione cattiva e stupida, gli unici che possono rovesciarla sono gli inglesi, ma io non vivo nel mondo dei sogni, sono un realista. La Brexit ci sarà, il 29 marzo del 2019”), e il liberale Guy Verhofstadt sono diventati così arroganti, così bulli, “chissà perché hanno deciso proprio ora di alzare così i toni”. Di motivazioni ce ne sono tante, la prima è certamente l’andatura ondivaga degli inglesi nella gestione della Brexit: paiono sempre improvvisati, come se studiassero poco e avessero bisogno di lezioni, appunto.

   

Gli inglesi chiedono più incontri per oliare il processo, gli europei rispondono: va bene, ma solo se avete qualcosa di cui parlare

Domani arriva ai Comuni in seconda lettura il testo della legge che organizza il divorzio, ed è tutto un contarsi per capire come è cambiato l’umore sulla questione Brexit. Ad agosto, il Labour ha per la prima volta detto una cosa anti Brexit, annunciando di essere a favore della permanenza del Regno Unito nel mercato unico e nell’unione doganale almeno per i primi due anni dopo la firma ufficiale del divorzio. Sembra strano, visto che s’è parlato molto della versione “soft” laburista, che una dichiarazione così dirimente – dentro o fuori il mercato unico: c’è quasi tutta la Brexit qui – sia arrivata soltanto ora, ma il leader del Labour, Jeremy Corbyn, è da sempre molto vago sulla sua visione dell’uscita dall’Ue, e di certo non è un europeista. Al contrario gli europeisti laburisti, che sono in parte assimilabili alla cosiddetta area blariana del partito, vogliono di più e lo vogliono subito: non perdiamo tempo con i tatticismi e con la lotta politica ai Tory, la Brexit è ben più rilevante delle nostre beghe politiche, cerchiamo di fare di tutto per ammorbidire o addirittura frenare il processo d’uscita. Ieri è stata lanciata la campagna ufficiale del Labour per la permanenza nel mercato unico, gestita da due parlamentari, Alison McGovern e Heidi Alexander, mentre in Parlamento un gruppo di laburisti spiegava le ripercussioni pessime della Brexit sul mercato del lavoro.

   

La May non vuole essere soltanto "il premier della Brexit" e prepara offerte politiche per la conferenza dei Tory a ottobre

Non è ancora chiara quale sarà la strategia del Labour nel medio periodo, ma il partito che se la passa peggio è naturalmente quello al governo, con il premier Theresa May che deve al tempo stesso gestire il negoziato e la propria sopravvivenza. I commentatori inglesi sono piuttosto unanimi nell’affermare che oggi, dopo la pausa estiva, la May risulta più forte di quanto non fosse alcune settimane fa. La gara per cacciarla dopo l’esito deludente delle elezioni di giugno si è ingarbugliata: troppi ego da gestire, troppe vendette da consumare. Sentendosi più salda, la premier ha anche accennato al fatto di volersi ricandidare alle elezioni che, secondo le previsioni di oggi, si terranno nel 2020, quando invece a luglio si rivendeva come una manager che deve portare a compimento la Brexit per poi ritirarsi a vita privata. Si tratta di una sua ambizione personale non molto popolare: i conservatori non hanno smesso di complottare per una futura detronizzazione, e anche Morgan Stanley due giorni fa ha rilasciato una nota in cui dice: “Pensiamo che il governo sopravviverà al 2017, ma cadrà nel 2018”. May non vuole dare ascolto ai gufi ma allo stesso tempo sta cercando in tutti i modi di non essere soltanto “il premier della Brexit”: c’è la conferenza di partito a Manchester dall’1 al 4 ottobre, e molte forze sono dedicate a proporre idee e politiche per il Regno Unito, al di là di come va l’uscita dall’Ue. E’ chiaro che le due questioni sono strettamente collegate, come dimostra il rallentamento dell’economia inglese in questo anno di discussioni e annunci, ma Damien Green, che da giugno è il vice di fatto della May, insiste: “Non dobbiamo dimenticare l’agenda di politica interna – ha detto in un’intervista a Politico Europe – abbiamo delle offerte, così potremo rendere la vita migliore a molti inglesi”. Green aspira anche a vedere la May premier “per molti anni”, e alla domanda: il premier si candiderà alle prossime elezioni, risponde secco: “Sì”. I conservatori riformatori continuano a fare pressioni sulla May perché porti avanti le sue politiche per i giovani e per i “dimenticati”, un modo per rinsaldare il partito, dotarlo di una visione e naturalmente schivare il bullismo europeo sulla Brexit. Perché poi l’obiettivo è questo: non uscire impoveriti e sviliti dal processo negoziale, e anche molti conservatori si stanno convincendo che una qualche forma di Brexit sia meglio di una non-Brexit o di una Brexit laburista (che non si sa bene cosa sia, ma ai Tory fa comunque paura). In questo ha vinto il cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, che non ha scalzato la May come molti si auguravano ma ha imposto il suo approccio pragmatico e “business oriented” al governo: “Quando compri una casa, non è che sposti tutti i mobili lì nel giorno in cui l’hai acquistata”.

   

Salvare la faccia quindi, ma come? L’inviato della City di Londra in Europa, il liberaldemocratico Jeremy Browne, ieri sul Financial Times cercava di ribaltare la prospettiva e di ridimensionare il bullismo degli europei: manca “una visione chiara” anche a Bruxelles, sostiene Browne, sottolineando come l’Ue stia investendo poco nella costruzione di un nuovo rapporto con il Regno Unito, che inevitabilmente ci sarà dopo il 29 marzo del 2019. Il rischio per Bruxelles è sempre lo stesso, lo è da sempre, ed è quello di impantanarsi nelle sue contraddizioni ostentando invece spavalderia (e sull’eccesso di spavalderia e le sue conseguenze devastanti è May, al limite, che potrebbe dare lezioni). Se è vero che l’Europa non è implosa, è anche vero che molti dei problemi che hanno generato l’ondata populista dello scorso anno non sono stati affrontati, e che i riconvertiti all’europeismo sono piuttosto volubili. Nella Germania supereuropea, l’Afd anti euro sta di nuovo rosicchiando consensi – e in questa tornata elettorale tedesca, il voto è il 24 settembre, il terzo posto è fondamentale – mentre la frattura tra ovest ed est dell’Europa si sta ampliando sempre più. La Brexit non è molto popolare (lo è in Francia più che in Inghilterra, ma forse perché i francesi vedono un gran guadagno dall’uscita del Regno Unito), ma i sentimenti che l’hanno generata sono forti, soprattutto in paesi come la Polonia e l’Ungheria, che al bullismo divertito di Bruxelles rispondono facendo ancora di più i duri.

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