Ecco come Trump sta rompendo il tradizionale equilibrio tra poteri negli States

Il presidente non sta facendo altro che rispecchiare i tempi attuali, in cui l’elettorato e l’opinione pubblica chiedono ai politici di prendere posizioni nette. Con qualche effetto collaterale

Ecco come Trump sta rompendo il tradizionale equilibrio tra poteri negli States

Donald Trump (foto LaPresse)

Se la politica nostrana ci ha riservato ben poche sorprese in agosto, non possiamo certo lamentarci per la performance offerta da Donald Trump, il quale è stato protagonista di un’estate davvero “calda”. Tra le porte sempre più girevoli della Casa Bianca (dopo la defenestrazione di Steve Bannon sarà la volta del segretario di stato Tillerson?) e le dichiarazioni su Twitter successive alla manifestazione di Charlottesville e all’attentato di Barcellona, il presidente statunitense non ha fatto annoiare osservatori e analisti, che si sono scatenati in un dibattito su quella che sembrerebbe ormai un’inadeguatezza a ricoprire il ruolo di persona più potente del pianeta.

 

Eppure, siamo proprio sicuri che si tratti solo di scarsa dimestichezza con gli strumenti della politica? Oppure si tratta di una strategia comunicativa e di gestione del potere deliberatamente voluta e cercata, in linea con i tempi attuali e le esigenze del “pubblico”? Se osserviamo l’agosto di “fuoco” (ma anche di uragani viste le devastazioni compiute da Harvey in Texas) del presidente, le opinioni saranno contrastanti e irrimediabilmente inconciliabili: i suoi detrattori sostengono che Trump abbia gettato in ridicolo l’istituto della presidenza e che la sua azione sia ormai del tutto inefficace, considerando la palese opposizione interna del Partito repubblicano che al Senato gli impedisce di condurre in porto qualsiasi progetto. Dall’altro lato, i suoi sostenitori sono però ancora molti e confidano nella sua azione, ma soprattutto nella sua dialettica e lo vedrebbero volentieri presidente anche per un secondo mandato. Perché?

 

Se usiamo un metodo di analisi più sottile rispetto a quello del giornalismo partigiano (di uno o dell’altro colore) possiamo in effetti vedere che il presidente tycoon sta dando vita a un nuovo tipo di leadership, più assertiva, più politicamente coinvolta e anche più volutamente divisiva. In altre parole, Trump non sta facendo altro che rispecchiare i tempi attuali, in cui l’elettorato e l’opinione pubblica chiedono ai politici di prendere posizioni nette, e che queste posizioni vengano esposte in maniera chiara, quasi didascalica. Insomma, basta con le sfumature e i chiaroscuri: le “convergenze parallele” ideate da Aldo Moro sarebbero una metafora impensabile nella società odierna, dove tutto è rapido e si consuma nella rete nel tempo di un click. Non si tratta però solamente di comunicazione politica: indubbiamente il linguaggio immediato e “fuori dai denti” dell’attuale presidente è figlio dell’epoca dei social media che rappresentano oggi i principali mezzi per informare (o meglio, disinformare) e raggiungere le masse. Tuttavia, lo stile con cui Trump sta gestendo il suo potere sembra rispondere anche ad una crescente e in parte inconscia spinta all’autoritarismo che sta crescendo a macchia di leopardo un po’ in tutto il mondo occidentale. Una tendenza alla quale le forze liberali e libertarie cercano di opporsi delegittimando gli avversari ma che “The Donald” sta interpretando in maniera efficace attraverso una semplificazione della politica attraverso i tweet di prima mattina che consentono di compiacere il suo elettorato e adottando forme e linguaggio alle varie circostanze: con tono grave quando parla ai militari di Afghanistan, violento quando si rivolge ai suoi sostenitori nel profondo sud per annunciare la grazia dello sceriffo Arpaio, ispirato quando parla ai membri della Legione americana, brutale quando annuncia terribili vendette contro i terroristi di matrice islamica o si rivolge al dittatore nordcoreano.

 

Si tratta di un’interpretazione della presidenza americana che si distanzia fortemente da quella dei suoi predecessori e che sarà sufficiente per farlo passare alla storia, indipendentemente dal fatto che il suo periodo trascorso alla Casa Bianca si sarà rivelato un grande successo o un fallimento totale. La costituzione americana, riformulando i modelli europei ben noti ai padri costituenti, ha il merito di aver saputo creare una struttura bilanciata tra presidenza, Congresso e Corte suprema nella quale il presidente è un monarca eletto democraticamente che, per quattro o al massimo otto anni, rappresenta tutta la nazione potendo contare su forti poteri esecutivi (incluso quello della grazia, utilizzato proprio nei giorni scorsi) da esercitare nell'interesse generale del paese.

 

Trump sta invece rompendo questa tradizione di grande equilibrio e rispetto tra poteri – i famosi check and balances – per dare vita ad un potere diverso, dal piglio più autoritario e di tono quasi dinastico. La first family che va in scena ogni giorno alla Casa Bianca, con la figlia e il genero del Presidente che ricoprono ruoli di primo livello nello staff dello Studio Ovale, con la moglie sempre piu' presente, rammenta le famiglie reali di stampo europeo. Il processo elettorale americano è molto duro, quasi sanguinoso (la campagna dura un anno ed è senza esclusione di colpi) ma gli elettori, una volta scelto il presidente, lo accettano come il loro commander in chief ponendolo su di un piedistallo al di sopra della mischia politica dalla quale deve scendere solo al termine del mandato o per un impeachment al quale è estremamente difficile pervenire.

 

Donald Trump, per sua natura ma anche perché eletto al termine di un processo inusualmente divisivo, ha preferito scendere da questo piedistallo senza godersi i privilegi della carica ed affrontare direttamente la battaglia politica compiacendo i suoi ammiratori nelle forme che di volta in volta ritiene più opportune ed attaccando frontalmente i suoi detrattori. La sua sopravvivenza politica si fonda su questo atteggiamento, ma gli esiti di tale scelta sono estremamente rischiosi: non solo per gli Stati Uniti ma anche per il destino dell’Europa, che poteva contare ad occhi chiusi sull’appoggio di Washington e che invece oggi è costretta a fare da sé.

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