Nikki Haley con Donald Trump (Foto LaPresse)

La donna più potente nello staff di Trump

Paola Peduzzi

Nikki Haley, star della diplomazia americana, ha due segreti: uno si vede sul muro, l’altro indossa il sari

Nell’ufficio di Nikky Haley, ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, ci sono molte mappe geografiche, le foto di famiglia e una placca di legno che riporta il suo motto: “Can’t is not an option” – chissà quante volte se lo ripete nella testa, questa signora elegante e decisa che deve rappresentare il trumpismo unilaterale (a corrente alternata) nel tempio del multilateralismo. Sei mesi di lavoro sembrano “sei anni”, racconta la Haley in un’intervista a Glamour in cui viene definita “forse la donna più potente del cabinet di Trump”: oltre all’altalena trumpiana che già da sola è sufficiente per star svegli tutte le notti, la Haley ha dovuto badare allo studio della politica estera internazionale, di cui non sapeva granché, alla geografia (a questo servono le mappe, non sono arredamento), a conoscere i suoi colleghi (soprattutto quello russo, il meno accondiscendente), a creare credibilità nel capriccioso tema trumpiano, a trasferire i suoi genitori dalla Carolina del sud a New York, per prendersi cura di loro (“e vi assicuro che trasferire due persone anziane non è semplice”).

 

Prima di ottenere il posto di ambasciatrice all’Onu, la Haley era governatrice della Carolina del sud, un’indiana-americana che più volte era finita nella short list di ruoli a livello nazionale: una star in ascesa del Partito repubblicano. Si era anche scontrata con Trump, e chi non?, via Twitter, lui la accusava (“è causa di imbarazzo per la gente della Carolina del sud”) e lei rispondeva con la sua flemma puntuta (“Bless your heart”), piazzandosi così nella folta colonnina degli antitrumpiani: quando è stata chiamata dal presidente, la prima a stupirsi è stata lei – e poi ad accusarla sono stati tutti i compagni di colonnina, in particolare le compagne: come può una donna voler lavorare con Trump? Ma la Haley ha accettato, perché per lei servire l’America è una missione che va oltre i presidenti e le correnti di pensiero, le colonnine e le polemiche.

 

Quando era ragazza, faceva parte dell’unica famiglia sikh della sua zona, suo padre portava il turbante e sua madre indossava il sari. E le ripeteva: “Il tuo lavoro non è parlare di quanto sei diversa. Il tuo lavoro è parlare di quanto sei simile” agli altri. Poiché i suoi genitori non volevano che ci fossero problemi, l’unica famiglia di origini indiane non poteva essere di disturbo nella comunità, a tredici anni la Haley lavorava già nel negozio di famiglia, teneva la contabilità: imparò presto “quanto è difficile guadagnare dei soldi”. La carriera in politica è iniziata a 32 anni, quando, dopo l’ennesima lamentela sull’invasività dello stato con le sue tasse, sempre la mamma le disse: “Basta lagnarsi, pensa a fare qualcosa”. Così la Haley è diventata la Haley, governatrice-star, e ora il volto più visibile – e anche comprensibile – dell’Amministrazione, pronta a schierarsi contro il presidente sui fatti della sua Charlottesville (poi c’è stata la tradizionale telefonata di chiarimento con Trump: tutto bene, dice la Haley) e pronta soprattutto a battagliare contro Putin e contro gli assadisti e contro Pyongyang, guardando in faccia i suoi interlocutori all’Onu, mostrando le foto dei bambini siriani colpiti dal gas sarin, dichiarando che l’inazione non è una strategia: è uno scempio.

 

Nei tumultuosi disequilibri che scandiscono la vita dentro alla Casa Bianca, ora la Haley è vista tra le favorite, c’è chi sussurra che prenderà presto il posto del segretario di stato, Rex Tillerson, che quanto a efficacia e visibilità non pare messo benissimo. Lei nega, dice che Tillerson starà dov’è perché è bravo e competente, e ha la massima fiducia del presidente. Non vuole conflitti, la Haley, non con il suo datore di lavoro, e così dà consigli alle donne – non pensate mai di non essere all’altezza, cacciate indietro la paura – condendo con il suo sguardo profondo la strategia con i dittatori: “Don’t test us”, non provocateci, potreste pentirvi. Parla a chi sta al di là degli oceani, e anche a chi è vicino, e mentre studia dove sono sulla mappa quelle isolette sconosciute del Pacifico che tanto piacciono ai cinesi le cade l’occhio sulla sua placca: sì, è vero, nulla è impossibile.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi