Il prestidigitatore Trump va da Macron e dimostra l’improvvisazione della sua politica

Decadenza della politica americana tra impostura, frode e bambinate. E no, il presidente americano non è un pazzo che potrebbe anche fare la cosa giusta

Il prestidigitatore Trump va da Macron e dimostra l’improvvisazione della sua politica

Foto LaPresse

Parigi non è più quella di un tempo, vota Le Pen. Così diceva Trump. Ora cena con Macron al Jules Verne, decente ma non eccezionale ristorante sulla Tour Eiffel, e partecipa ai festeggiamenti del 14 luglio (compleanno della mia bassotta Liberté, tra l’altro). E dice che Parigi è sempre Parigi. Non è meraviglioso? Il mondo per sua fortuna è in molte diverse mani, sicurezza economia finanza tecnologia diritti cultura dipendono da poteri policentrici. Ma le manine di Trump hanno la loro importanza, e sono quelle di un prestidigitatore. Suo figlio omonimo complottava coi russi contro la rivale, suo genero pure, ma si attendono doverosamente riscontri, può darsi che il prez non ne sapesse niente, che in famiglia parlassero di donne o showbiz, chi lo sa. Lui coi russi di Putin voleva fare un’alleanza cyberstrategica, lo hanno vivamente sconsigliato, è tornato sui suoi passi in un batter d’occhio, ha ricominciato a polemizzare con i media, con le loro fonti, che sono poi i suoi soci alla Casa Bianca, gente che sospetta della sua attendibilità e sanità psicologica. Sad.

 

Forse non sarà Putin a prendere in braccio questo bambinone che ha cullato a dovere al tempo delle elezioni, saranno Merkel e Macron a metterselo sulle ginocchia, magari assistiti da Xi Jinping, mentre la May e ne sta sotto l’acqua, under the water, della Brexit. Il generale Mattis, il consigliere McMaster e perfino il segretario di stato Rex Tillerson cercheranno di evitare che faccia danni a Mar-a-Lago, tra ori stucchi e buche. Per adesso gli fanno vedere la Tour Eiffel, che è più alta della Trump Tower. Poi, se Dio vuole, il procuratore speciale Robert Mueller, gli chiederà conto personalmente di suoi incontri e amicizie, vedremo. L’impeachment è cosa politica, richiede tempo e maggioranze che non ci sono, per le dimissioni basta un tuìt, e lui sa di che cosa si tratti.

 

Intanto, con questa barzelletta permanente, salta agli occhi la decadenza della politica americana. Le migliori università del mondo, una tradizione costituzionale impeccabile, un sentimento dell’etica e la religione della buona amministrazione fiscale e federale e statale, un’autostima da sballo, da città sulla collina, da fiaccola sopra il moggio del mondo, un temperamento missionario, il modello, il secolo americano, tutto travolto dal circo Trump. Forse hanno voluto darci una lezione ulteriore: la democrazia è rischiosa, e sembra che in Europa si sia capita la lezione. Correttezza e scorrettezza sono culture, non cialtronate. La politica è una vocazione e una prassi, non un’improvvisazione. Le buone idee dei conservatori, in competizione con le buone idee dei liberal, sono vittime di un esproprio iperdemocratico, e chiamatelo populismo se vi sembri il caso. Un partito della ricostruzione non si vede ancora, né nelle file repubblicane né in quelle democratiche. Impostura, frode e bambinate coprono tutto l’orizzonte, in modo simpatico e pericoloso. Qui da noi una minoranza composta di persone intelligenti ma ottenebrate dalla faziosità e di figurine ottuse continua a pensare che l’elegia del Michigan abbia prodotto un pazzo operativo, capace di tutto, anche di fare la cosa giusta. Nella mia condizione ultraminoritaria di ottuso in sospetto verso certi esiti della democrazia di popolo, a volte penso che potrebbero avere ragione, altre volte, il più delle volte, che scherzano col fuoco.

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Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    14 Luglio 2017 - 18:06

    Dev'essere un giocatore di poker, Trump; forse anche abile. Purtroppo io non me n'intendo. La domanda è: può un giocatore d'azzardo diventare un po' umile? E se lo diventerà, sarà svincolato dal suo essere giocatore d'azzardo?

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    14 Luglio 2017 - 16:04

    Caro Julian (scusi, appena scritto ho correlato con il Julian immortalato in "American Gigolò" da R.Geere) lei ama l'american come un gigolò, (per altro dignitosissimo old job, "frequentato" some times, in qualche singles bar di Chicago): però "la fiaccola sopra il moggio" è un copyrigt Nambikwara, su un commento qui al Foglio di qualche mese or sono; vede cosa fa fare il troppo american amore per "vecchi merletti" americani.

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  • contirlm

    14 Luglio 2017 - 15:03

    Ciò che apprezzo di più ne "Il Foglio" è la capacità di selezionare lettori di gran livello (scrivente esclusa) i cui commenti sollevano lo spirito. Merito dei giornalisti, in fondo.

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  • gsamico

    14 Luglio 2017 - 11:11

    Certamente Trump non è l'uomo politico che vorremmo, ma è il risultato di otto anni della politica Obamiana e della continua presenza dei Clinton in ogni dove e per tanto denaro. Purtroppo, caro Ferrara, la "bella America" se ne è andata da un pezzo,fagocitata dai demócrati da salotto e dal politacally correcto e l'antisemitismo che sbuca da ogni parte ed ad ogni CNNN qualsiasi. Da tutto questo è nato il Presidente che lei disprezza. Mi dica, cosa ne sarebbe stato dell'America con il duo Clinton Obama (quest'ultimo certamente si sarebbe ben accomodato, come peraltro sta facendo anche senza i partner) per sempre al potere.

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