L'Europa a più velocità può essere l'antidoto ai populismi

La vecchia politica dei piccoli passi per una piena integrazione non funziona. E’ il momento della svolta

L'Europa a più velocità può essere l'antidoto ai populismi

Foto di andreistroe via Flickr

Sabato 25 marzo i leader degli stati membri dell’Unione europea fanno ritorno a Roma, dove tutto ebbe inizio sessant’anni fa. A malincuore dobbiamo ammettere che la giovane e ambiziosa Europa di un tempo dimostra tutta la sua età e molti non la amano più, manifestando il desiderio di volerla lasciare. Il Regno Unito per primo ha deciso di abbandonarla per tornare a occupare una posizione nel mondo più autonoma, ma ancora tutta da definire. La family photo dei leader europei che si riuniranno in Campidoglio avrà dunque uno spazio mancante, quello che sarebbe stato occupato da David Cameron se avesse vinto il referendum e che invece verrà lasciato vuoto da Theresa May. La quale sarà impegnata pochi giorni dopo a premere il grilletto della Brexit, invocando per la prima volta nella storia l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che indicherà l’imboccatura di una strada senza ritorno. Un percorso di disgregazione verso cui è indirizzata tutta l’Unione o dal quale c’è invece ancora speranza di salvarsi?

 

Chi scrive ricorda in prima persona l’entusiasmo che aveva caratterizzato i primi anni dell’esperienza comunitaria. Dalla posizione privilegiata di un giovane che muoveva i suoi primi passi nel mondo delle istituzioni e della diplomazia attraverso uno stage alla “DG1”, la Direzione Generale della Commissione europea preposta alle relazioni esterne, erano grandi le speranze e le aspettative nei confronti di un’Unione che si sarebbe allargata sempre più, non solo in estensione della membership ma anche in termini di profondità delle questioni trattate, con l’ambizione di dare vita un giorno al progetto politico degli Stati Uniti d’Europa.

 

Il brusco risveglio

La Dichiarazione che sarà firmata sabato a Roma potrebbe rappresentare un nuovo inizio. Un'accelerazione che non deve presupporre la volontà di lasciare qualcuno indietro. Al contrario, dovrebbe essere concepita come una sorta di advance team composto da alcuni stati membri affiatati

Alcuni decenni dopo il risveglio dai sogni è brusco e lascia una sensazione di amaro in bocca: il senso di appartenenza a una casa e a un progetto comune corre il rischio di soccombere, soffocato da un lato dall’eccessiva burocratizzazione delle istituzioni europee e dal loro deficit democratico (esasperato dalla crisi che l’ha fatta diventare un’unione “contabile” più che un progetto di crescita e inclusione sociale), dall’altro dalle spinte centrifughe e disgreganti rappresentate dai populismi che, come dei virus resistenti si stanno diffondendo nei vari stati membri assumendo forme e modalità diverse che riflettono un adattamento preoccupante ai vari contesti nazionali.

 

Il presidente del Consiglio Gentiloni, d’accordo con gli omologhi Merkel, Hollande e Rajoy, ha riproposto l’idea di un’Europa a “più velocità” o “a cerchi concentrici”. Non si tratta di una nuova formulazione, bensì della realistica presa d’atto che un’Europa pienamente integrata a livello politico ed economico non è realizzabile al giorno d’oggi. In altre parole, l’idea proposta dai quattro leader – e che sarà alla base della dichiarazione che sarà firmata sabato a Roma – non è un punto di arrivo ma anzi un nuovo inizio verso mete più ambiziose che vanno però raggiunte con pragmatismo. La politica dei “piccoli passi” da compiere tutti insieme non funziona più: ecco perché serve un deciso cambio di passo. Una accelerazione che non deve presupporre che si possa lasciare qualcuno indietro, ma al contrario dovrebbe essere concepita come una sorta di advance team composto da alcuni stati membri particolarmente affiatati che svolgano il ruolo da apripista per gli altri, accettando di vincolarsi a un’integrazione sempre più stretta ma che mostri dei benefici tangibili che possano agire da incentivo per gli altri a fare altrettanto.Lo schema del rilancio

 

Le parole d’ordine sono poche, ma chiare: una virata decisa verso un progetto di difesa comune magari anche con una presa in carico della forza nucleare francese; una condivisione delle politiche fiscali e l’inizio di una mutualizzazione del debito pubblico, in parallelo al completamento dell’Unione bancaria; una vera condivisione di responsabilità nella gestione dei confini e nella ripartizione dei rifugiati; una maggiore attenzione verso le politiche di inclusione sociale. Azioni condivise e decise in questi ambiti rappresenterebbero l’antidoto più efficace contro l’aggressività dei populismi e la sterilità dell’inazione che sembra dominante a Bruxelles. Se verranno intraprese, allora forse potremo davvero augurare all’Unione europea altri cento (almeno) di questi giorni.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    25 Marzo 2017 - 23:11

    Se l'Italia, dopo più di 150 anni e avendo una lingua a fattor comune, è unita in modo più formale che sostanziale, sotto tutti i punti di vista, come si può pensare che lo diventi l'Europa, con decine di lingue e di culture diverse? E soprattutto con il suo paese egemone, la Germania, che ha incassato ed incassa sontuosi dividendi dallo status quo? Credo che la soluzione invece sia la minima Europa possibile, una sorta di confederazione e di zona di libero scambio, con la minima possibile cessione di sovranità. E' ora di dire basta alla retorica degli europainomani, anche il magheggio delle più velocità non porterà a niente, Prima ci se ne renderà conto e meglio sarà.

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  • Giovanni

    25 Marzo 2017 - 17:05

    Sono d'accordo. Sono passati sessant'anni ed è ormai tempo che si vada ad una maggiore integrazione. Chi ci sta bene chi non ci sta passa in seconda fila e se è necessario anche in terza. Certo, ci sono dei pericoli. Magari qualcuno può decidere di andarsene del tutto ma come recita un proverbio tedesco è meglio morire subito che poco a poco.

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