Disertare Trump

Il litigio con una leggenda dei diritti civili apre la prospettiva di un’inaugurazione segregata

Mattia Ferraresi

Email:

ferraresi@ilfoglio.it

Disertare Trump

John Lewis (foto LaPresse)

New York. Gli spin doctor di Donald Trump sono al lavoro da tempo per tramutare la totale assenza di celebrità all’Inauguration Day in un’improbabile scelta per un palinsesto in favore del popolo ruspante, ma ora il tema delle assenze e delle diserzioni polemiche in una cerimonia dove lo stato e la sua liturgia dovrebbero prevalere sulla faziosità del governo si sta complicando per via della querelle fra il presidente eletto e il deputato afroamericano John Lewis. In un’intervista alla Cbs Lewis ha detto: “Non vedo questo presidente come un presidente legittimo”, dal momento che “i russi hanno contribuito alla sua elezione e alla distruzione della candidatura di Hillary Clinton”.

 

Poiché giudica Trump un presidente illegittimo, un usurpatore arrivato allo Studio Ovale grazie ai servizi segreti russi, Lewis non parteciperà alla cerimonia di insediamento di venerdì. Trump scatena i suoi istinti social per molto meno di questo, e la risposta è arrivata a breve giro di Twitter: “Il deputato Lewis dovrebbe passare più tempo a risolvere i problemi del suo distretto, che è ridotto malissimo e cade a pezzi (senza citare l’infestazione criminale) invece di lamentarsi con falsità dei risultati delle elezioni. E’ solo parole, parole, parole, nessuna azione o risultato. Triste!”. Lewis non è soltanto un deputato afroamericano del sud, è una leggenda vivente, un’icona dei diritti civili. Negli anni Sessanta è stato una figura chiave della lotta contro la segregazione, era fra i tredici attivisti che hanno viaggiato come uomini liberi da Washington a New Orleans, ispirando il movimento dei “freedom riders”, è diventato amico di Rosa Parks quando aveva diciassette anni, ha organizzato la grande marcia culminata sui gradini del Lincoln memorial, dove Martin Luther King ha pronunciato il suo discorso più famoso.

 

Anche lui ha parlato quel giorno – aveva 23 anni – ed è l’ultimo degli speaker viventi. Era sul ponte di Selma nel “Bloody Sunday” del 1965 e ogni anno ritorna su quel percorso a celebrare l’evento che ha cambiato la storia del suo popolo e dell’America. Non è tipo che si accontenta, Lewis. Quando gli hanno chiesto se la presidenza di Obama rappresenta il compimento dei sogni di King ha risposto che è “soltanto una caparra”: “Cinquant’anni dopo ci sono ancora troppe persone che sono state lasciate indietro e marginalizzate”. Non è difficile capire che la presa di posizione di un peso massimo del genere, e la scattante reazione di Trump, abbia sollevato il polverone delle diserzioni. Una schiera di politici democratici ha annunciato che non andrà alla cerimonia d’insediamento a Washington, nella convinzione che il rifiuto sia l’unico segnale possibile in questo contesto. Non vale nemmeno l’appello patriottico di Nicole Kidman ad anteporre il bene del paese alle faide politiche.

 

Il primo a smarcarsi è stato il deputato Mark Pocan, che non “rimarrà in apnea” ad aspettare che Trump si comporti da presidente. “Quando insulti Lewis insulti l’America”, ha scritto la deputata Yvette Clarke, lanciando l’hashtag #BoycottTrump, subito ripreso da decine di parlamentari che non andranno a Washington per delegittimare un presidente “immaturo” e “indegno”. Ted Lieu, deputato della California, dice che decidere se andare o meno è molto semplice: “Sto con Trump o con Lewis. Sto con Lewis”. Nydia Velazquez, rappresentante di un distretto di New York, si farà beffe di Trump scendendo in piazza a Washington il giorno dopo l’inaugurazione, quando la “Women’s March” promette di portare per le strade centinaia di migliaia di persone introdotte da un parterre di star di Hollywood che i consiglieri di Trump possono soltanto vedere al cinema, non certo nei suoi eventi politici.

 

C’è chi, come la deputata afroamericana Maxine Waters, aveva già annunciato la diserzione, gesto solitario che ora viene rafforzato dalla solidarietà di altri dopo lo scambio con Lewis. S’allunga l’ombra di una inaugurazione segregata, o quasi. I richiami della famiglia Obama a una transizione liscia e pacifica, secondo la grande tradizione democratica americana, sottolineati dalla presenza dei contrariati Bush e dei massacrati Clinton, si sono dissolti nelle turbolenze di un fine settimana in cui Trump se l’è presa con chiunque. Un titolo in sottopancia della Cnn ha inquadrato bene il momento: “Trump litiga con un’icona dei diritti civili, con la Cia, con Merkel e con la Nato”. Lunedì sono arrivate le risposte agli attacchi di Trump nell’intervista congiunta con la Bild e il Times, con Merkel che dice che “noi europei abbiamo il destino nelle nostre mani”, mentre Federica Mogherini ha spiegato che l’Unione europea rimarrà unita. Trump, accusato in patria di essere un presidente illegittimo, scrolla le spalle davanti alla controffensiva. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • francocoruzzi

    17 Gennaio 2017 - 11:11

    Sicuramente l'elezione di Trump mette alla prova le coscienze di una parte di americani,in gran parte i più beneficiati dal "pubblico"in senso lato e di tutto l'establishment. E la loro risposta fa vacillare il senso di fiducia e ammirazione che avevo per gli USA. Comunque,mutatis mutandis,è una situazione già vista nel '92.Eravamo in Italia ma i protagonisti erano comunque della stessa risma.

    Report

    Rispondi

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    16 Gennaio 2017 - 21:09

    Più questi democratici esibiscono la loro "democrazia", più fanno schifare la democrazia. E siccome hanno cominciato ad essere perdenti con la bava alla bocca, dimostrano che la democrazia sta veramente andando in malora.

    Report

    Rispondi

Servizi