Zerkani il predatore

Identikit del più pericoloso reclutatore dello Stato islamico in Europa, che ha sedotto gli attentatori di Parigi e di Bruxelles sotto gli occhi dei servizi e ora è a piede libero
Zerkani il predatore

Una rara foto di Khaled Zerkani

Guy Van Vlierden è un giornalista sgobbone che ha seguito fin dall’inizio le partenze dei più di seicento islamisti dal Belgio verso la Siria e l’Iraq, i loro ritorni e i loro processi – ancora in corso. Parla al Foglio per fare un identikit di Khalid Zerkani, che era il reclutatore migliore dello Stato islamico a Bruxelles e quindi dell’Europa. Zerkani ha arruolato almeno 57 persone, tutte nella capitale belga, e le ha mandate in medio oriente. Tra di loro ci sono anche gli autori delle stragi di Parigi, nel novembre 2015, e di Bruxelles, nel marzo di quest’anno.

 

I giornali usano per Zerkani il nomignolo che gli avevano dato le sue reclute, “Papa Noel”, Babbo Natale, che non c’entra con l’aspetto fisico: la barba scura, la calvizie trascurata, i capelli lunghi che scendono sul collo e la zebiba, la piccola macchia callosa che si crea sulla fronte quando è premuta ogni giorno contro il pavimento per il sujud, la prostrazione durante la preghiera, formano un insieme che fa squillare campanelli d’allarme. Non è la figura del reclutatore seducente. Piuttosto, Zerkani ha avuto l’intuizione che frequentare la malvivenza di piccolo taglio nel centro di Bruxelles e muoversi come se fosse  un latitante in mezzo agli arabi di seconda generazione che si sono persi tra i bar, lo spaccio e i piani di rapine – e fare conoscenza anche con i fratelli minori – gli avrebbe permesso di fare il pieno di volontari da mandare verso la guerra civile in Siria.

 


Due agenti delle unità antiterrorismo del Belgio a Bruxelles


 

Khalid Zerkani viveva in centro ma si comportava come un ricercato dal Pentagono. Non teneva il telefonino addosso, ma lo faceva portare a un altro, in modo che se qualcuno avesse collegato il numero a lui non avrebbe potuto localizzare la sua posizione. Non faceva proselitismo su internet, non metteva video su YouTube, non usava facebook e twitter – al contrario di altri reclutatori molto attivi sui social media. Non si faceva fotografare e infatti oggi di lui circolano soltanto un paio di immagini in bassa qualità, più un altro paio di foto scattate in tribunale in cui però il volto è oscurato per ragioni legali. Non ci sono video. Ad aprile il governo ha inaugurato un’ala nuova della prigione di Ittre pensata apposta per lui, un settore per prigionieri musulmani radicalizzati che condividerà con altri tre condannati – in modo da tenerli separati dai detenuti comuni. Il concetto alla base dell’apertura della nuova ala è che rinchiudere Zerkani assieme con altri detenuti non è la soluzione, è l’inizio di un nuovo ciclo di problemi.

 

Gli investigatori belgi hanno cominciato a sorvegliare Zerkani nell’aprile 2012. Lo hanno arrestato nel luglio 2014, lui è stato condannato a tredici anni, il suo avvocato ha fatto appello ma è andata male e lo scorso aprile la condanna è stata aumentata a quindici anni. In questo momento il reclutatore è libero, in attesa del giudizio dell’Alta corte. Un secondo processo comincerà a settembre. La liberazione ha provocato le reazioni delle madri di alcuni belgi morti in Siria e contribuisce all’idea del Belgio come di un luogo inadatto alla lotta contro il terrorismo. A giugno Intelligence Online, un sito di notizie a pagamento considerato vicino ai servizi segreti francesi, ha fatto circolare una nota sui servizi inglesi che in Belgio avrebbero deciso di procedere da soli per le operazioni contro i sospetti, perché non si fidano dell’efficienza del governo locale. Può essere soltanto una maldicenza, ma rende il clima.

 


Un manifesto di reclutamento dello Stato islamico in Libia uscito la settimana scorsa. Il gruppo ha appena lanciato un’intensa campagna di reclutamento online


 

Zerkani è di Zinata in Marocco, ha 43 anni, è stato in Afghanistan ma la sua affiliazione non è chiara (parla la matematica però: se anche fosse partito a vent’anni, sarebbe arrivato laggiù non prima del 1993, quando ormai la guerra contro i russi era finita da parecchio e c’erano soltanto i talebani – che presero la capitale Kabul nel 1996 – e i campi estremisti. Pare che sia andato più tardi). Ha precedenti come reclutatore per la guerra in Somalia. Questo della Somalia è un dettaglio importante perché per un certo periodo di tempo, tra la fine dell’utopia jihadista in Iraq, più o meno nel 2008, e la guerriglia in Siria che è stata considerata attraente da migliaia di persone a partire dai primi mesi del 2012, ci sono stati anni in cui la guerra nell’Africa orientale al fianco degli islamisti di Shabaab pareva l’unica scelta possibile per chi volesse menare le mani. Il Corno d’Africa era la risposta alla domanda: dove possiamo mettere in pratica questa voglia di guerra santa? Pure Mohamed Emwazi, poi diventato famoso con quel nomignolo da tabloid, Jihadi John, aveva tentato di andare in Somalia, non ci era riuscito e anni dopo aveva ritentato in Siria. E’ come se certe teste fossero già predisposte e modellate per la guerra islamista, e facessero passare gli anni in attesa della destinazione giusta. Quando lo Stato islamico in Iraq e in Siria è tornato allo stesso livello di forza militare che aveva prima della sconfitta (parziale, come si è visto) in Iraq e anzi ha dimostrato di essere più forte, in tutte le maggiori città europee c’erano già legioni di reclute potenziali che avevano soltanto bisogno di essere instradate. Ed ecco che entra in scena Zerkani, che organizza i viaggi verso la Siria, pensa ai documenti conosce i contatti e ci mette i soldi se serve e anche regali: Babbo Natale, Papa Noel.

 


Un manifesto di reclutamento dello Stato islamico in Libia uscito la settimana scorsa


 

C’è una domanda ancora senza risposta: Zerkani è un uomo dello Stato islamico? Per dirla con più precisione: era soltanto un reclutatore free lance che incanalava giovani verso il jihad spinto da un impulso irresistibile a partecipare a una fase storica che per alcuni è stata travolgente, la nascita di un movimento di volontari islamisti di dimensioni mai viste prima in Europa, oppure era organico allo Stato islamico, aveva dato il giuramento di fedeltà (bay’a) ad Abu Bakr al Baghdadi ed era una rotella dell’ingranaggio – sarebbe meglio dire: del ponte aereo – dall’Europa alla Siria?

 

A febbraio il procuratore federale Bernard Michel, che lo ha definito “il più grande reclutatore di candidati al jihad”, ha detto che l’imputato ha avuto contatti diretti via telefonino con lo Stato islamico. Va considerato che Zerkani ha lavorato parecchio a partire da inizio 2012 e se risultasse che faceva già parte dello Stato islamico sarebbe una buona indicazione su come agisce il gruppo: secondo tempi lunghi, guardando a orizzonti più distanti di quelli della politica, della sicurezza e dei media occidentali.

 

Guy Van Vlierden ha trovato un dettaglio che è quasi una risposta. Per capire questo dettaglio sono necessarie un paio di digressioni. La prima è che l’arruolamento nei gruppi jihadisti è governato dalla cosiddetta tazkiya, che è una parola araba che indica la valutazione d’idoneità che ogni recluta deve superare per entrare. Ogni recluta deve avere una persona che fa da garante, da riferimento per questa tazkiya.  La seconda è che esiste un data base trafugato che contiene i file personali di migliaia di combattenti stranieri andati ad arruolarsi con lo Stato islamico. In quella catasta di documenti c’è anche il modulo compilato da un belga  e sopra vi sono appuntati i nomi delle due persone che gli hanno dato la tazkiya. Una è Mohamed Belkaid, in Siria, l’algerino che poi è tornato in Europa per comandare gli attacchi di Parigi. L’altro, in Belgio, è segnato come “Khaled Zarqawi”, ma secondo Van Vlierden è una storpiatura che sta per: Khaled Zerkani. Se fosse vero, allora Zerkani non si limitava a mandare i giovani di Molenbeek verso la Siria, ma si occupava anche della tazkiya.

 

Zerkani era così bravo nel suo campo che il piano che aveva in mente almeno da quattro anni per compiere un attentato memorabile in Europa è andato avanti senza di lui, dopo che è stato arrestato nel febbraio 2014. Il comandante che la sera del 13 novembre ha diretto sul campo gli attentati a Parigi era uno dei suoi (Abdelhamid Abaaoud). L’attentatore che si è infilato al check in dell’aeroporto di Zaventem e si è fatto saltare in aria era un altro dei suoi (Ibrahim al Bakraoui). Anche l’altro uomo che si è fatto saltare in  aeroporto,  Najim Laachraoui, che poi si è scoperto aveva preparato le bombe per entrambi gli attacchi in Francia e in Belgio, faceva parte del suo gruppo. Assieme, sono stati chiamati “il network Zerkani”.

 

Da quanto segui il network, chiediamo a Van Vlierden. “Ho cominciato a seguire i membri del network, come Abdelhamid Abaaoud, all’inizio del 2014. Lo facevo sui social media, alcuni li riuscivo a identificare, altri non ci riuscivo, almeno non immediatamente. Ci è voluto un bel po’ di tempo pe rcapire esattamente chi fosse legato a chi altro”. E Zerkani, quando è saltato fuori? “La prima volta in cui ho sentito il nome di Zerkani è stato nel giugno 2014. Avevo avuto alcuni estratti di documenti processuali, ma di nuovo, non mi fu subito chiaro quanto fosse esteso il network e quanto lui era importante. Il network di Zerkani era molto più clandestino di Sharia4Belgium, su cui all’epoca mi concentravo di più (era un gruppo di islamisti radicali belgi che amava il proselitismo pubblico e online ed era apparentato prima del suo scioglimento per estremismo con il gruppo inglese Sharia4UK, che in Gran Bretagna è stato dichiarato gruppo terrorista. Sharia4Belgium ha mandato in Siria almeno 80 persone, ma agiva appunto come un’organizzazione estesa). Potevi imparare un sacco di roba a proposito di Sharia4Belgium anche soltanto osservandoli sui social media – ma non potevi fare la stessa cosa con quelli di Zerkani”.

 

Come faceva a convincere così tanta gente? C’era qualche trucco? Dove ha imparato? “Non ci sono ancora molte informazioni pubbliche su come esattamente Zerkani riuscisse a indottrinare le reclute. Quello che sappiamo è che le spingeva verso la piccola criminalità, e che girava per le strade cercando giovani, visitava i parchi, andava alle loro partite di calcio”. Un comportamento da predatore sessuale. “Sì, infatti. Probabilmente lasciava che reclute che aveva già radicalizzato infiltrassero quelle attività innocenti per ottenere nuove reclute”.

 

Zerkani sosteneva che rubare agli infedeli non è reato, e che i proventi sono “ghanima”, bottino di guerra. Pieter van Ostaeyen, un ricercatore che sta preparando un dossier sui reclutatori belgi dello Stato islamico, dice al Foglio che “Babbo Natale” ridistribuiva alle reclute i soldi ottenuti con la sua piccola rete di criminalità come viatico per il jihad in Siria,  fino a quattromila euro a testa.

 

“Le sue attività non erano completamente sconosciute però alla comunità musulmana di Bruxelles – spiega Van Vlierden – I documenti del tribunale contengono molte deposizioni di testimoni e di membri delle famiglie delle reclute che dicono di essere diventati presto molto sospettosi di Zerkani e di quello che aveva in mente. I genitori avvertivano i figli di non avere contatti con lui.

 

E i rumors sui suoi trascorsi in un campo di al Qaida? “A proposito del suo passato nel jihad, persino nei documenti del processo non c’è nulla che stabilisca in modo definitivo questo aspetto. Ma le voci sul fatto che avesse ricevuto addestramento nella zona di confine tra il Pakistan e l’Afghanistan gli conferivano uno status molto utile per esercitare la sua influenza”.
Come ha fatto a sfuggire così a lungo alla sorveglianza belga? “Sembra strano, in effetti, che non sia stato fermato prima. Specialmente considerato quello che ho appena detto, che i genitori musulmani sapevano perfettamente cosa stava succedendo. Ma il dossier siriano non era considerato un problema a quel tempo e i genitori ovviamente non volevano avvertire come prima cosa la polizia.

 

C’è da dire che il network è stato sotto messo sotto sorveglianza a inizio 2012 al più tardi. Ma a parte tenerlo sotto osservazione, non si è fatto nulla per lungo tempo. Penso che gli investigatori volessero accumulare più materiale possibile e che non gli importasse molto dei giovani che partivano. Nessuno confermerà questa idea, naturalmente. Ma deve essere andata così. In parte la mentalità era: sarà estremamente difficile proseguire la maggior parte di loro. Così, lasciamo che vadano in Siria – goodbye – e fateci tenere sotto osservazione quello che succede qui, senza disturbare i sospettati che restano qui. In qualche modo era un modo di ragionare difendibile, se si stavano concentrando sull’antiterrorismo domestico. Ma oggi vediamo che molti foreign fighter hanno viaggiato avanti e indietro, anche armati. C’è da chiedersi se quel lavoro antiterrorismo è stato fatto bene. L’esempio migliore di un ritornato che avrebbe potuto compiere un attacco facilmente è Ilias Mohammadi, molto prima di Parigi e Bruxelles.

 

C’è un aneddoto su Zerkani che mi viene in mente e che è molto in contrasto con la sua solita cautela. Quando Zerkani fu fermato dalla polizia per un controllo di routine nel luglio 2012 dichiarò che era stato scelto da Allah per portare a termine un incarico importante in Belgio. Rifiutò anche di toccare qualsiasi oggetto degli agenti, dicendo che a lui non piace toccare qualcosa che è già stato toccato dai kuffar, dagli infedeli. Aggiunse anche, non si sa il motivo ma forse c’erano agenti donne, che le donne sono ‘oggetti inutili’, il cui unico scopo è servire gli uomini. Questi sono tutti dettagli citati nella sentenza di luglio”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi