Dei militari pattugliano le strade di Bruxelles (foto LaPresse)

Il Belgio risponde alla minaccia terroristica con gli scioperi (e l'esercito ci mette una pezza)

Luca Gambardella

Nelle carceri già sovraffollate e a rischio radicalizzazione religiosa, i secondini incrociano le braccia da quasi tre settimane. E il governo decide ancora una volta di ricorrere ai militari. Che però, stavolta, alzano la voce: "Scordatevelo!"

Roma. Per lo stato belga sopraffatto dall'impossibilità di reggere la lotta al terrorismo jihadista, l'esercito sembra la soluzione a tutti i problemi. La polizia non riesce a mantenere l'ordine nelle strade, e il governo decide di usare i militari per sorvegliare le strade. Ora però ci si sono messe le guardie carcerarie a complicare la situazione: la polizia penitenziaria ha avuto la bella idea di fare sciopero per quasi un mese, proprio mentre le carceri belghe sono riconosciute da tutti come fucina di jihadisti. Il risultato è che ora i soldati si sono ritrovati a fare anche i secondini. Ne è scaturita una guerra aperta tra il governo e le Forze armate sull'impiego delle risorse umane ed economiche nel piano antiterrorismo.

 

Dagli attentati di Bruxelles a oggi, l'intero sistema giudiziario e quello di sicurezza del paese sono finiti sotto accusa per il lassismo o per la superficialità con cui le istituzioni hanno affrontato l'emergenza attentati. Informazioni di intelligence ignorate, piani di evacuazione mai messi in atto oppure avviati con ritardi colpevoli, e la carenza di coordinazione tra le forze di polizia sono state le principali critiche sollevate dai partner europei nei confronti di Bruxelles. L'emergenza ha portato così al coinvolgimento dell'esercito con la missione Homeland che ha coinvolto 1.800 uomini, alcuni provenienti dai reparti d'élite dell'esercito, dislocati per la capitale. Ora però, a circa due mesi dagli attentati di Bruxelles e con l'emergenza sempre latente, le forze armate del paese hanno deciso di esporre pubblicamente tutto il proprio malessere.

 


Un militare e un poliziotto pattugliano le strade di Bruxelles (foto LaPresse)


 

Mercoledì, il capo di stato maggiore dell'esercito, generale Jean-Paul Deconinck, ha dichiarato che i soldati non potranno sostenere troppo a lungo l'attuale sforzo operativo di tipo duale, che comprende lo svolgimento di compiti di polizia oltre che quelli di Difesa. Sotto accusa è l'impiego in pianta stabile dei militari per garantire la sicurezza e l'ordine pubblico, attività che spetterebbe piuttosto alla polizia. "Ho dovuto fare tagli all'addestramento ordinario per poter garantire il dispiegamento dei miei uomini per l'operazione Homeland", ha spiegato Deconinck, che ha usato toni piuttosto severi: "E' la mia linea rossa. Non posso più garantire l'addestramento generico che permetta d'avere – in stand by – due compagnie o un battaglione. Scordatevelo!".  Il capo di stato maggiore dà così sfogo al malessere che va montando in queste settimane tra i militari. Oltre alla missione Homeland, il governo ha deciso di dispiegare i soldati anche nelle carceri del paese. Da quasi tre settimane, la polizia carceraria è entrata in sciopero per protestare contro i tagli al personale. La soluzione trovata dal premier Charles Michel e dal ministro dell'Interno Jan Jambon è stata quella di assegnare la sorveglianza dei detenuti ai soldati. Sei plotoni per l'esattezza, ciascuno composto da 30 uomini, sono stati inviati nelle prigioni di Bruxelles e della Vallonia.

 


Militari belgi a Place Sainte Catherine, Bruxelles (foto LaPresse)

 

Tra le mansioni, la sorveglianza dei detenuti durante l'ora d'aria, durante le visite dei famigliari, fino a quella nelle cappelle delle carceri per permettere ai prigionieri di partecipare alle funzioni religiose. Una misura obbligata, secondo il primo ministro, che ha parlato di un urgente "intervento umanitario" che però sia i sindacati militari sia quelli dei personale carcerario contestano. "Vedere l'esercito nelle prigioni mi fa pensare ai tempi bui dell'Europa dell'est, o ad alcune zone della Russia di oggi o della Corea del nord", ha detto al quotidiano francese Parisien Marc Dizier, direttore del carcere di Andenne. Mentre la tendenza alla radicalizzazione religiosa tra chi sconta delle pene in carcere non è mai stata così elevata, gli istituti penitenziari della Vallonia e di Bruxelles vivono anche un pericoloso sovraffollamento. Gli incidenti con i detenuti sono all'ordine del giorno. Come è accaduto nella notte tra sabato e domenica, nella prigione di Merksplas, nelle Fiandre, dove 170 prigionieri che si erano rifiutati di rientrare in cella e hanno appiccato un incendio. Quale soluzione? Il generale Deconinck ha spiegato che allo stato attuale il paese non ha più le forze sufficienti per partecipare a missioni all'estero. La carenza di personale impone quindi di arruolare 1.500 uomini in più all'anno da qui al 2020, ha stimato il capo di stato maggiore. Altrimenti, avverte, l'efficacia dell'impiego dell'esercito sarà messa in pericolo.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.