Il bambino perpetuo

Le donne orrende di Parigi e la nausea per l'Italia. I terribili resoconti del viaggiatore Alfieri

Il bambino perpetuo

Vittorio Alfieri

“Quel volar del calesse mi dava un piacere di cui non aveva mai provato l’eguale; perché nella carrozza di mia madre si andava di un quarto di trotticello da far morire, ed anche in carrozza chiusa non si gode niente dei cavalli; ma all’incontro del calesse nostro italiano uno ci si trova quasi su la groppa di essi, e si gode moltissimo anche della vista del paese. Così, dunque, di posta in posta, con una continua palpitazione di cuore pel gran piacere di correre, arrivai a Torino verso l’una o le due dopo mezzo giorno”.

 

Vittorio Alfieri, da bambino, odiava essere castigato. Tra tutti i castighi, il più umiliante era quello di essere spedito a messa “inreticellato e piangente”, ossia con in testa la reticella da notte, esibito in tanto ridicolo assetto “che nasconde interamente i capelli”. E se – come racconta lo scrittore venuto al mondo nello stesso 1749 di Goethe – il nascere in una famiglia agiata lo fece libero, l’esser torturato in chiesa lo fece per sempre malinconico: in fondo, osservò, “siamo tutti bambini perpetui”. Nelle prime pagine del suo divertentissimo Vita, il bambino perpetuo Alfieri ricorderà quel tragitto in carrozza da Asti a Torino (cinque stazioni di posta) come l’emozione più memorabile della sua adolescenza: quando, dopo aver abbandonato la casa materna, volò verso quella dello zio, inaugurando quella libertà che all’epoca gli sembrò tutto. Fu il primo di una lunga serie di viaggi.

 

Il secondo avverrà all’età di sedici anni, periodo di “rifritture di versi”, quando vedrà il suo primo mare genovese. “Non mi poteva mai saziare di contemplarlo”, ricorderà, “e tornato a Torino mi pareva d’aver visto molto”. Gli amici tedeschi, inglesi e russi, ascoltando e integrando i suoi resoconti mondani, accrescono la sua frenesia di viaggiare – “io”, confessa loro Alfieri, “vivo sempre incalzato dal furore dell’andare”. E finalmente a diciassette anni andrà, andrà per davvero, andrà eccome, e partirà per una vacanza di due anni, cominciando da Milano (voto: niente di che), poi visiterà Bologna (noia), Firenze (“nulla imparando e presto tediandomivi”), passerà un giorno a Lucca (“mi parve un secolo”), qualche settimana a Roma (innamoramento lento), poi Napoli (la musica burletta del Teatro Nuovo gli lascerà una “romba di malinconia”), Loreto (“non mi compunse di divozione alcuna”) e Venezia (bella, eppur non lo convince). Risentirà ululare presto, dal profondo, quell’urgenza brada che lo chiama altrove: la “carezza dei paesi ultramontani”. Rientrato assai immusonito a Genova, la salvezza: conosce il signor Carlo Negroni, ricco amico di un amico, che per placarne l’irrequietezza lo imbarca per Antibes a bordo della propria feluchetta. “Io non voleva più vedere né sentir nulla dell’Italia”, dice Alfieri, che accetterà e partirà immediatamente. Si innamorerà di Marsiglia, luogo lindo di leggiadre e proterve donzelle, di frequenti bagni al porto e contemplazione marittima, ma presto il tedio inguaribile lo raggiungerà, e anche da qui “come un fuggitivo” prenderà il largo, a rotta di collo verso Parigi, delusione avvolta in nebbie sudicie (è agosto, si comprende il risentimento), città di donne orrende e impiastrate, e case che “pretendono a palazzi”, meritevole solo di uno spietato colpo d’accetta: “Tanto affrettarmi, per questa fetida cloaca?”. Via dalla cloaca, si butterà tra le braccia di una Londra meravigliosa di benessere, pulizia e comodità, dorata da un moto perenne di denaro e da un “equitativo governo che ha come figlia la libertà”. Da lì fuggirà comunque in Olanda, dove inciamperà in un’occasione amorosa – vicenda platonica, sul vaneggiante, tutto un monologar singulti per Cristina Emerentia, moglie di un barone; “per la prima volta,” dirà di quei giorni, “m’occorreva di non desiderare altro luogo al mondo”. Ma durerà poco: abbandonato da costei, tornerà in Italia, si darà alla lettura di Montesquieu, e ripartirà per la Germania e la Danimarca con “dieci tometti del Montaigne”. Vienna? Gli parrà piccola come Torino “ma senza averne il bello”. Praga? La attraverserà senza batter ciglio e sfocerà nella Berlino degli Hohenzollern, tutt’un corpo di guardia che gli triplicò l’orrore per “l’infame mestier militare”. Punterà allora verso Copenaghen, luogo in cui “ridonda il benessere”, e invaderà la Svezia durante un ferocissimo inverno, tra laghi rappresi, selve e dirupi. “Luogo che mi sarebbe riuscito poetico” – dirà – “se avessi saputo far versi”. Ma la Musa ancora non lo possedeva: si divertì con la slitta. (4. continua)

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