Quel rapporto filiale tra Svevo e Joyce spiegato con quello tra Bloom e Dedalus

Borghesia, potere, denaro. Maurizio Enrico Serra racconta per il Bloomsday il legame tra i due scrittori

Quel rapporto filiale tra Svevo e Joyce spiegato con quello tra Bloom e Dedalus

Il 16 giugno 1904 iniziò la relazione sentimentale tra James Joyce e Nora Barnacle: motivo per cui il 16 giugno del 1904 fu poi scelto da Joyce come il giorno in cui si svolge la vicenda del suo “Ulisse”, e dal 1950 ogni anno il 16 giugno gli abitanti di Dublino, gli irlandesi e più in generale i fan dello scrittore celebrano il Bloomsday. Ma Leopold Bloom, il protagonista del romanzo “in realtà è Italo Svevo”. “E tra Italo Svevo e James Joyce c’era un rapporto tipo padre-figlio, che è quello adombrato nella relazione tra Leopold Bloom e Stephen Dedalus nel libro”. Ce ne parla Maurizio Enrico Serra, diplomatico e in questo momento rappresentante dell’Italia presso le organizzazioni internazionali che hanno sede a Ginevra, ma nel contempo anche storico della cultura e delle idee. Adesso sta preparando una biografia di Gabriele D’Annunzio e in passato ha firmato una biografia di Curzio Malaparte che gli è valsa in Francia il Prix Goncourt de la biographie e il Prix Casanova, una biografia di Filippo Tommaso Marinetti, un libro su François Fejtö, uno sui “Fratelli separati : Drieu-Aragon-Malraux : il fascista, il comunista, l'avventuriero” (che è stato Premio Acqui Storia 2008) e un tomo massiccio che nell’edizione italiana è intitolato “L’esteta armato. Il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta”. Ma il suo prossimo libro di imminente uscita in italiano sarà per Aragno una “Antivita di Italo Svevo”, che è appena stata pubblicata in spagnolo e che nell’originale in francese risale al 2013.

 

“Antivita”, spiega Serra, “perché è scandita dal rapporto tra il borghese Ettore Schmitz, il suo vero nome, e lo scrittore Italo Svevo, lo pseudonimo con cui si firmava. Nella giovinezza, una parte che nel mio libro ho appunto intitolato ‘Ettore con Italo’, lui cerca di trovare un equilibrio tra l’identità borghese e le aspirazioni intellettuali: un tema molto tipico del primo Novecento, pensiamo a Tonio Kröger di Thomas Mann. A un certo punto diventa ‘Ettore contro Italo’: il borghese che per matrimonio entra in una famiglia ancora più borghese della sua deve in qualche modo conculcare le aspirazioni che non hanno trovato realizzazione, visto che i suoi due primi romanzi non hanno avuto alcun ascolto. Ma a un certo punto scatterà la rivincita di Italo su Ettore: quando lo scrittore renderà quasi superflua l’esistenza borghese, che peraltro ha nutrito lo scrittore”. Ettore è Italo, ma diventa anche Leopold e Ulisse. Mentre James diventa Stephen e Telemaco. “In effetti tra Svevo e Joyce c’erano 21 anni di differenza; Svevo come Bloom aveva un retroterra di ebreo asburgico, anche se triestino e non figlio di un oriundo ungherese; e Joyce come Dedalus era di origine un cattolico irlandese”.

 

Il triestino e il dublinese, però, vengono ad avere un rapporto particolare con Parigi. Qui Joyce conobbe il successo letterario; e qui Svevo iniziò a essere conosciuto. E anche questa “Antivita” è stata pubblicata in Francia prima che da noi. “Ma è collegato proprio a Joyce. A un certo punto Joyce aveva una tale autorità intellettuale a Parigi che bastava un suo lodo perché un autore venisse tradotto e letto. Se avesse abitato New York, la fama di Svevo sarebbe iniziata da New York. A parte il modello per la coppia Bloom-Dedalus, credo che il rapporto tra Svevo e Joyce sia stata una delle più belle storie di amicizia intellettuale del Novecento. Anche la Conferenza su Joyce di Svevo è sia una delle migliori pagine di Joyce, sia una delle migliori pagine di Svevo. E una delle pagine in cui Svevo più si scopre”.

 

Come ricorda l’“Antivita”, Trieste ha messo vicine le statue di Svevo e Joyce, ma ci sono anche quella di Umberto Saba e quella di Srečko Kosovel. “Quest’ultimo, morto a 24 anni nel 1926, è considerato il Rimbaud sloveno. Un lodevole omaggio a una minoranza che in effetti nei romanzi di Svevo non appare mai”. Però Saba, pur avendo un’estrazione ebraica simile a quella di Svevo e appena un anno in meno di Joyce, con Svevo si prendeva pochissimo. Come mai questa scarsa simpatia? “C’era una competizione, legata alla totale diversità di carattere. Saba era un ribelle, era un anti-borghese, era un ipersensibile, orgoglioso, portato alla divisione e talvolta alla fazione. Insomma, tutto il contrario della maschera di levigatezza borghese che Svevo si era costruito. Paradossalmente, assomigliava di più a Joyce”. E allora perché con Joyce invece Svevo si prendeva? “Lo si vede bene appunto nella Conferenza: tra Svevo e Joyce scattò un rapporto padre-figlio che invece tra Svevo e Saba non è scattato. Joyce accettò il rapporto parentale, Saba no. Probabilmente perché si erano conosciuti in un momento diverso. Un rapporto tipo padre-figlio scattò invece tra Saba e Pier Antonio Quarantotti Gambini”.

  

A proposito della passione dei francesi per Svevo: proprio in un’intervista al Foglio, Macron ha detto che Svevo è uno dei suoi autori preferiti. Quale può essere la ragione? “Forse lo attrae l’idea di uno scrittore così lontano dal potere ma non lontano dalla realtà di cui il potere fa parte. Dopo Balzac, Svevo è senz’altro lo scrittore che ha dato più spazio al denaro. Ai fallimenti, ai passaggi, alle truffe. È una costante in tutta la sua opera: il fattore economico come senso di colpa dell’identità borghese”.

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