Il senso comune è cambiato, resta però la domanda su cosa è vero e cosa no

I cambiamenti di evidenze non sono né progressivi né ineluttabili. La necessità di dire (e lottare per) la verità

Il senso comune è cambiato, resta però la domanda su cosa è vero e cosa no

Foto LaPresse

E’ difficile non vedere l’importanza del gesto di commiato al poliziotto francese ucciso agli Champs Elysées fatto dal suo compagno davanti a tutte le massime autorità francesi presenti e future (Macron e Le Pen erano entrambi presenti). Giuliano Ferrara, nel suo articolo, lo sottolinea considerandolo un segnale forte del cambiamento del senso comune che ha sancito l’insuperabilità delle decisioni individuali e dei diritti corrispettivi anche per quanto riguarda vita, identità e famiglia. Come molti, Ferrara sembra considerare questo cambiamento permanente e ineluttabile. Le cose stanno così? La questione profonda e implicita è quella del rapporto tra senso comune e verità, e tra questi e la politica.

 

Cominciamo dal senso comune, quell’insieme di credenze che vengono considerate come evidenze. Certo, questo senso comune cambia, soprattutto in campo sociale. Si tratta però di cambiamenti che avvengono in tempi molto lunghi. L’affermarsi della società dei diritti assoluti nasce in effetti da una concezione di libertà come scelta e autonomia che una minoranza sosteneva nel Settecento occidentale e che ha avuto un ruolo sociale fondamentale a partire dal movimento del ’68. Tuttavia, i cambiamenti di evidenze non sono né progressivi né ineluttabili. La storia ha molto da insegnare al proposito. Sembrava evidente all’inizio del Cinquecento che gli indios non godessero di diritti e per secoli nella Grecia antica pre-socratica sembrava evidente che l’educazione comportasse un rapporto fisico tra maestro e allievo. In alcune società, in tempi molto recenti, sembrava evidente che certe etnie o razze fossero superiori alle altre così come sembrava, dopo il medesimo ’68, che la lettura marxista della società fosse inevitabile e vincente. Non solo alcune evidenze sono sparite, ma altre hanno subìto persino un curioso destino di andata e ritorno: le società antiche pensavano si dovessero sopprimere i bambini malformati così come, dopo secoli di sacralità della vita, sembrano tornare a pensare le società occidentali dotate di sofisticate analisi prenatali. Altre evidenze invece si sono affermate pur trasformandosi nel tempo, come quella della fondamentale libertà della persona, che non si può schiavizzare.

 

Qual è allora il rapporto tra queste credenze e il vero? L’argomento meriterebbe più di due righe e per motivi di spazio tralascerei qui il complesso rapporto tra realtà, pensiero e verità che è stato trattato in molti modi. Di certo, qualsiasi sia la natura di tale rapporto, ogni credenza va sottoposta a verifica. Verificare vuol dire rendere vero, ossia provare che tale credenza sia efficace nell’operare dentro la realtà medesima. Quando le credenze superano tale prova, le consideriamo vere o, almeno, un’approssimazione o una strada per la verità. Accade in tutti i campi. Ci abbiamo messo molto tempo per arrivare a comprendere e formulare alcune leggi scientifiche, come quella di gravità, che consideriamo ora vere a tutti gli effetti all’interno di certi limiti. Così come, per fare un esempio in campo sociale, nessuno in occidente dubita oggi seriamente del valore e del ruolo della donna. Ora, il commiato a Xavier, il poliziotto degli Champs Elysées, sancisce davvero un cambiamento definitivo del senso comune? Penso sia troppo presto per dirlo. Siamo nel mezzo di molte battaglie culturali sui temi di identità, vita e società. La verifica delle proposte e l’esercizio di un giudizio di valore per capire che cosa è moda e che cosa è permanente e, in qualche modo, una strada al vero è proprio il compito della società, della cultura e anche della politica.

 

Tuttavia, il nesso con la politica non è direttamente proporzionale a vittorie e sconfitte elettorali. Per rimanere alla Francia, le sconfitta di Fillon e di Mélenchon non significano che i valori popolari dei rispettivi partiti siano finiti, così come la vittoria di Trump negli Stati Uniti non significa una necessaria inversione di tendenza rispetto ai valori liberal proposti dalle università americane di punta. Spesso, in queste vicende sono anzi le minoranze a prevenire e preludere ai cambiamenti duraturi. Non sappiamo davvero quanti nella loro mente abbiano letto il commiato di Etienne a Xavier come un atto di amicizia o di amore fra due persone dello stesso sesso, su cui la società ha poco da opporre, e quanti invece con ciò abbiano pensato che sia un rapporto socialmente identico a quello di una famiglia eterosessuale. L’importante è continuare a chiederselo e, con l’ironia dell’inevitabile fallibilità delle scelte umane, cercare di dare delle risposte e lottare anche politicamente per esse. Non farlo significa tradire una parte essenziale di ciò che lo scrittore russo Vasilij Grossman chiamava “ciò che c’è di più umano nell’uomo”.

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Commenti all'articolo

  • m.dimattia

    07 Maggio 2017 - 17:05

    Dio, come noto, potrebbe non esistere. Ed essere, in tal caso, impossibilitato a pensare alcunché di Etienne e Xavier. Questo per le due righe. Scarse.

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    • mauro

      09 Maggio 2017 - 19:07

      Scarse ma egualmente confortanti.

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