Il tweet di Steve Martin su Carrie Fisher che ha scatenato le polemiche

La vera condanna dei liberal: dover dire sempre "mi dispiace"

Manuel Peruzzo

Dal tweet di Steve Martin su Carrie Fisher al vestito di Halloween di Hilary Duff. Il comico Bill Maher: "I repubblicani non si scusano mai, i democratici per tutto: non potremmo trovare un equilibrio!?"

Ogni mattina un liberal si sveglia e sa che dovrà scusarsi per qualcosa. Per rendergli il compito più facile, la società americana ha categorizzato il senso di colpa in varie parole ricattatorie: appropriazione culturale, privilegio del bianco, fat-shaming, transfobia, islamofobia e così via. Si ringrazia Bill Maher, che ha usato il segmento “Nuove regole” del suo show, Real Time With Bill Maher, per implorare i democratici liberal, specialmente quelli nel giro di Hollywood, di smetterla con lo scusarsi di continuo per qualsiasi passo falso nei riguardi della correttezza politica. Maher si è chiesto come si è passati dal partito che protegge le persone al partito che protegge i sentimenti, e quindi dal chiederti cosa puoi fare per il tuo paese al chiedere “mi devi una scusa”. I repubblicani non si scusano mai, i democratici per tutto: non potremmo trovare un equilibrio!?”. 

 

Poi ha passato in rassegna gli ultimi celebri casi di allucinazione isterica collettiva. Alla morte di Carrie Fisher Steve Martin ha twittato “Quand’ero giovane, Carrie Fisher era la più bella creatura mai vista. Ho poi scoperto essere anche brillante e intelligente”. Là dove la persona normale vede l’affettuoso ricordo di un amico, la polizia del linguaggio degli offesi a tempo pieno ha letto sessismo. Il femminile del New York Times lo ha sgridato: avrebbe dovuto ricordarla per il femminismo, per l’immenso talento, per l’attivismo, ma mica sottolineare che fosse una bella donna, roba da troglodita. 

 

Così Martin o chi per lui ha fatto ciò che facciamo tutti in questi casi: ha cancellato il messaggio correndo ai ripari, sperando che nessuno ne conservasse la schermata. Ma siccome l’internet non è scritto a matita, come ci ha ricordato Aaron Sorkin nello splendido The Social Network, il messaggio ha continuato a essere diffuso, e Martin ha dovuto prostrarsi alle femministe indignate.

 

Mahler prosegue nella lista con Hilary Duff e il fidanzato, che lo scorso Halloween hanno osato travestirsi rispettivamente da pellegrina e da nativo americano (cioè da pellerossa, se si può ancora scrivere). Anche Chris Hemsworth si è vestito da indiano e anche lui ha dovuto scusarsi: “Spero che la mia ignoranza possa essere d’aiuto ad altri”. Maher ha commentato: “Ti prego, era un lone ranger party: potevi travestirti da cowboy, da indiano o da cavallo”. Se si googla “Justin Timberlake si scusa” si scopre che ai passati Bet Awards ha osato scrivere che Jesse Williams è fonte d’ispirazione per lui. Williams è meticcio, e così i commentatori dell’internet hanno scritto a Timberlake che dovrebbe smetterla con l’appropriazione culturale. Ora, siamo tutti d’accordo con ciò che diceva George Carlin, cioè che i bianchi non devono cantare il blues ma procurare il blues ai neri. Ma quando gli stili si mischiano per creare qualcosa di nuovo e differente si chiama semplicemente creatività o melting pot. È ciò che fa la cultura pop per rinnovarsi. 

 

Neppure se sei nera la scampi: Beyoncé è stata accusata, insieme ai Coldplay, di aver vampirizzato Mumbai nel video di “Hymn For The Weekend”. Molti americani non vedono la differenza tra i ministrel show e Miley Cyrus che twerka. Se pretendere le scuse è questione di cultura del piagnisteo, come ci ha ricordato Robert Hughes, scusarsi è questione di marketing: se i giustizieri della rete ti scrivono che sei un insensibile razzista, finirai per sembrarlo. Siccome la reputazione online pare essere tutto per gli investitori, meglio assecondare i moralizzatori. O si finisce come l’autrice di quel tweet che ironizzava su Barron Trump che è stata cacciata dal Saturday Night Live.  E rimpiangiamo Joan Rivers (che era amica di Trump) la quale ha sempre rifiutato ti scusarsi per una battuta.

 

Lo scorso novembre abbiamo avuto prova di quanto la realtà americana possa essere più istintivamente parodica di quanto non lo sia nella caricatura di South Park. In un confronto televisivo sulla CNN, l’autore Charles Kaiser criticava la scelta di Trump di eleggere Stephen K. Bannon a proprio consigliere, e lo faceva in questi termini: “Se vuoi dimostrare di non supportare la destra alternativa (alt-right), non scegliere come stratega alla casa bianca uno che usa la parola negro”. Apriti cielo. Paris Dennard, sostenitore di Trump e afroamericano in collegamento, si è offeso. Ma il peggio è stata la reazione della giornalista che moderava l’incontro e ha chiesto a Kaiser di non usare nel suo show quella parola, piagnucolando scuse agli spettatori in una crisi di panico. Gli americani hanno tanto bisogno di Vittorio Sgarbi in televisione. Ma hanno già Louis C.K. che dice “sono offeso quando sento n word, non intendo negro ma proprio n word: perché i bianchi non sanno dire negro e dicono n word, costringendoti a pensare nella testa 'ah sta dicendo negro'".

 

Infine, ma sappiamo che non sarà certo l'ultimo, Michael Keaton ha confuso due film con un cast nero e titoli simili: Hidden Figures, su donne matematiche nere, e Hidden Fences, la storia di un giocatore di baseball ritirato. Keaton ha dovuto scusarsi: “Mi fa sentire così male che le persone si sentano male. Se qualcuno si sente male, è l’unica cosa che conta”. E di nuovo, la verità viene da quel parresiasta di Bill Maher che conclude: “no non è l’unica cosa che conta, anzi questo genere di cose non contano affatto". E conclude il suo discorso dicendo: "finitela col proteggere le vostre orecchie vergini e iniziate a notare che vi stanno inculando".